giovedì 26 agosto 2010

Vendi il problema

Ignacy Machlanski:
Problem, 1934
Oggi vi proponiamo un post di Seth Godin pubblicato ieri, 25 agosto 2010, nel suo blog. Riguarda il mondo del marketing, di cui Godin è uno degli esperti di maggior successo al mondo. Il suo post mette in evidenza con semplicità uno dei principali suggerimenti che da qualche tempo stiamo cercando di far passare: invece di impuntarci a vendere ciò che di meraviglioso e fantastico abbiamo da vendere, vendiamo il problema che non solo è una risorsa ma ci mette sullo stesso piano dei nostri potenziali acquirenti. Ecco cosa dice il papà del permission marketing, Seth Godin.




Nessuna impresa acquista una soluzione ad un problema che non ha.


Eppure molti operatori nel business to business passano subito a caratteristiche e vantaggi, senza prendersi il tempo per capire se la persona all'altro capo della conversazione / chiamata / lettera ritiene che anche essi abbiano un problema.


La mia amica Marcia (ci siamo informati a vicenda su vari progetti) ha un'idea molto cool per i grandi studi professionali. Come architetto, si rese conto che le imprese stavano perdendo tempo e denaro ed efficienza nel modo in cui utilizzano il loro spazio. Il Roomtag è la sua risposta.


La sfida è questa: se il vostro grande studio legale o impresa di contabilità non pensa di avere un problema di mappatura dello spazio di distribuzione dei materiali e di tracking del servizio, voi non sarete alla ricerca di una soluzione. Non vi sveglierete al mattino sognando come risolverlo, o andrete a letto chiedendovi quanto vi sta costando ignorarlo.


E così la sfida di marketing è vendere il problema.


(Interessante paradosso: un sacco di persone non sono disposte a abbracciare l’idea di avere un problema a meno ché non credano anche che ci sia una soluzione... quindi parte del vendere un problema è suggerire che c’è una soluzione che altri stanno usando, o che è giusto dietro l’angolo).


Immaginate, per esempio, di ottenere i dati e di pubblicare un elenco delle prime 50 imprese, classificate in base all'efficienza di uso dello spazio. All’improvviso, le imprese della metà inferiore della lista si rendono conto che sì, in realtà, hanno qualcosa su cui hanno il bisogno di lavorare. Se voi aveste saputo che la vostra impresa stava pagando il doppio per socio come la concorrenza, vi sareste resi conto che c’è un problema.


Quando una prospettiva arriva alla scrivania e dice, “abbiamo un problema”, allora siete entrambi sullo stesso lato della scrivania quando arriva il tempo di risolverlo. Al contrario, se qualcuno è davanti alla vostra scrivania, perché siete persistenti e affascinanti, l’unico problema che questi ha è, “come faccio ad uscire da qui”.




Leggi l'articolo tradotto dall'inglese.


p.s.: ci scusiamo per il link al sito sul roomtag che al momento in cui scriviamo non funziona ma riteniamo che il sito web sia in manutenzione. Riprovate in seguito.

martedì 24 agosto 2010

Mappe mentali con l'iPad

Immagine tratta dal blog ipader.it

Chi l'ha detto che l'iPad sia solo uno strumento di consultazione di pagine web, video e delle altre risorse del web? Sapevate che ci sono delle applicazioni che vi permettono di creare delle mappe mentali? Le mappe mentali sono una potente tecnica di rappresentazione grafica del pensiero che pensa, studia, organizza ecc. Sono molto utili anche nel problem solving per rappresentare un problema nelle sue componenti fondamentali. Per esempio potremmo realizzare una mappa del problema a partire dai suoi rami fondamentali: Chi; Che cosa; Quanto; Quando; Dove; Come; Perché. Presto mostreremo in questo blog come fare. Intanto potreste divertirvi con le applicazioni per l'iPad segnalate da ipader.it. Se avete l'iPad e le provate fateci sapere nei commenti come vi siete trovati. Se non avete l'iPad, come me, le mappe potete farle al computer o su un bel grande foglio da disegno, a mano come fa Roberta Buzzacchino. Se non avete capito bene cosa sono le mappe mentali e come utilizzarle nel problem solving pazientate qualche giorno e ne parleremo in questo blog.

giovedì 19 agosto 2010

Una prova di pensiero laterale nei bambini


Bella foto del post I bambini e il pensiero laterale che testimonia come a questo bimbo o bimba (non è chiaro ma non è importante) il pensiero laterale, di cui abbiamo parlato nell'ultimo post, venga da solo, in modo spontaneo. Quanti di noi avrebbero pensato che questo manufatto per parcheggiare le biciclette sarebbe potuto diventare un tubo da attraversare? Il pensiero laterale ci aiuta a trasformare gli oggetti, a giocare con essi dando loro nuove possibilità e  nuovi usi. E non è forse ciò che fanno di continuo i bambini? Perché non imitarli? Perché limitare il nostro pensiero e non dargli la possibilità di scoprire nuove direzioni?

lunedì 16 agosto 2010

Pensiero laterale, improvvisazione e problemi

Credit immagine: Peace (v i p e z
su Flickr)
"interviene in tutti i casi in cui può tornar utile impostare un problema secondo una formula nuova" 
scrive Edward De Bono in Pensiero laterale che continua dicendo, ad esempio che 
"la realizzazione delle idee nuove non provoca necessariamente un aumento di spese industriali, più spesso, anzi, consente di ridurle. Essa permette una maggiore efficienza produttiva, l'utilizzazione di materiali di scarto, una semplificazione dei progetti che rende la loro attuazione più facile e meno soggetta agli inconvenienti di  montaggio, una riduzione di costi a parità di prestazioni". 

Questo perché il pensiero laterale è alla costante ricerca di soluzioni nuove. E questo è bene che non lo facciano solo i ricercatori di professione ma tutti in azienda. Anche perché lo stesso De Bono riconosce come tutti siano in grado di acquisire una mentalità laterale che si acquisisce come quando s'impara a giocare a golf, a sciare, una lingua straniera e così via. E' una forma mentis a cui si giunge con l'esercizio. La soluzione nuova è lì spesso a portata di mano: basta solo mettere in nuova correlazione gli elementi del problema.  E quando la soluzione più semplice, efficace ed essenziale sarà raggiunta ci verrà da esclamare: "ma come ho fatto a non pensarci prima? Era così semplice!". 

Tutto questo ricorda alcuni giochi o esercizi di improvvisazione teatrale, quando soprattutto si producono nuove storie includendo oggetti, personaggi e situazioni le più disparate ed eterogenee tra loro. Il procedimento è molto simile a quando in un problema si inserisce qualche elemento estrapolato da altri contesti. Uno stratagemma, questo, a cui spesso sceneggiatori di film e serie tv ricorrono spesso. Questo nuovo elemento dà una luce nuova ed inaspettata a ciò che si stava esaminando prima. Senza di quell'elemento spesso brancoliamo nel buio perché ci concentriamo su ciò che per stanchezza o per assuefazione non ci dà frutto. Ma quando colleghiamo ciò che sembra così lontano ed eterogeneo al nostro problema spesso troviamo una soluzione molto brillante. La ragione di ciò risiede nel fatto che tra le cose, le situazioni, le persone sembra esserci una trama sottile e nascosta che però si rivela all'autore più attento. 

Chi produce o assiste a spettacoli d'improvvisazione teatrale può comprendere meglio questo. Perché dalla eterogeneità degli spunti nascono storie e scene che portano a quelle idee essenziali ed efficaci che De Bono raccomanda. Siamo quindi oltre i limiti di un'arte che sia solo grottesca o bizzarra, quale magari tanto surrealismo può aver prodotto. E' chiaro che ciò è possibile nella misura in cui si accetta di giocare con gli altri nelle situazioni che vengono a crearsi e se ne ascoltano tutte le potenzialità da condurre con pazienza e voglia di scoprire, esplorare.  D'altronde nel pensiero laterale il gioco è il metodo migliore per facilitare l'intervento del caso: "giocare solo per giocare significa compiere un esperimento sul caso". Peccato che in tanti non giochino, che si vergognino addirittura di giocare. E' davvero un peccato vedere che spesso ragazze e ragazzi di 15-16 anni abbiano difficoltà a giocare, fatta eccezione per le play station. Purtroppo una serie di condizionamenti a questa età blocca tutta quella spontaneità che essi avevano in precedenza. Per fortuna, però, "è possibile trasformare persone prive di immaginazione in persone immaginative in un solo attimo" scrive Keith Jonhnstone in Impro (Dino Audino Editore) e come ha ben dimostrato nel trasformare degli uomini d'affari per gioco in dei perfetti hippies. Perciò con l'improvvisazione teatrale si può andare oltre la manicheistica suddivisione tra ideatori ed esecutori che De Bono fa nel decimo ed ultimo capitolo del suo libro sul pensiero laterale. Tutti possono essere ideatori, questo lo possiamo dire con certezza. E' impossibile che ciò non avvenga visto la stupefacente rete neuronale del nostro cervello. Ciascuno di noi ha delle capacità associative infinite come dimostra il pensiero radiale, di cui il mind mapping è una delle più straordinarie applicazioni. Per Tony Buzan, il papà delle mappe mentali, il nostro cervello è una Macchina di Associazioni che si Ramificano. D'altronde è sufficiente realizzare un buon brain storming per accorgersene. Se si capisce questo allora di fronte a un problema si riescono ad escogitare una serie di alternative per risolverlo, dopo averlo inquadrato. Se le alternative non ci sono allora non siamo neanche di fronte a un problema. Si può trattare di una condizione (il surriscaldamento della terra, il traffico a Roma, una malattia ecc.) , ad esempio, o di qualcos'altro, ma non di un problema. Oppure si può trattare di un falso problema e il far luce su di esso con il pensiero laterale aiuta a smascherarlo. L'importante, comunque, è che almeno qualche a problema ci sia e venga individuato perché questo dà la spinta giusta a molte situazioni stagnanti. Se, ad esempio, avessimo la più forte e bella squadra di calcio al mondo un bel giorno essa andrà di sicuro di fronte a delle sonore sconfitte, peraltro salutari, perché tenderà a cullarsi e a non prendere in esame i problemi del suo gioco. Se invece questi vengono individuati, ben definiti e affrontati via via con le alternative migliori la nostra squadra rimarrà sempre la migliore. Questo a patto che non ci si affidi all'onnipotenza della logica che spesso porta a soluzioni sbagliate per problemi mal posti. Il pensiero laterale per la sua natura rivolta alle alternative sfugge a simili inconvenienti. Il metodo verticale infatti altri non è se non la logica. Mentre il pensiero laterale è quello che ci guida verso nuove interpretazioni della realtà e verso idee nuove.  

La consequenzialità propria del pensiero verticale è però il più grosso ostacolo nell'ideare nuove soluzioni. E' infatti noto che le scoperte più rivoluzionarie sono arrivate da procedimenti non impeccabili come la scoperta della penicillina, ad esempio, o quella dello ioduro d'argento per la fotografia da parte di Daguerre. Il pensiero verticale presenta degli svantaggi a partire dal fatto che una volta giunto a un risultato non sente più il bisogno di pervenire a una via migliore e più diretta. Il secondo svantaggio consiste nel fatto che il pensiero verticale corre a tutta velocità verso la direzione più ovvia quando magari sarebbe meglio farsi un giro intorno con il pensiero laterale. Il terzo svantaggio del pensiero verticale sta nelle sue rigide definizioni su cui invece i lateralisti sono pronti a poggiarsi solo per quel che occorre per proseguire il cammino. Con questo non si vuol dire che si deve abbandonare e disprezzare la logica. 
"La differenza tra il metodo laterale e quello verticale sta nel fatto che, nel secondo caso la logica guida il pensiero, mentre nel primo, lo serve" 
scrive De Bono. Il guaio è che questa è una guida rigida, dittatoriale, uniformante. Molto meglio mettere da parte la logica ed utilizzarla quando è il suo turno, quando  cioè non ci occorrono alternative ma un rigoroso ragionamento. Capita spesso, infatti, che ci troviamo di fronte a presunte impostazioni obbligate del problema. Questo avviene a causa della rigidità delle classificazioni. Come sfuggire ad esse? Rispondiamo alla domanda con un piccolo racconto citato da De Bono: 
"Si racconta che durante la guerra il pilota di un bombardiere durante un suo volo di rientro alla base cominciò a un certo momento ad avere difficoltà nel controllo dell'apparecchio. Venne riscontrata una perdita nell'impianto idraulico, ma non c'era acqua di scorta per colmarla. Ebbene, se l'equipaggio si salvò fu perché, alla fine, a qualcuno venne l'idea di immettere urina nell'impianto".

venerdì 13 agosto 2010

Il sondaggio del mese

Oggi, venerdì 13 agosto, su questo blog lanciamo "il sondaggio del mese". Ogni 13 del mese troverete, infatti, su questo blog un sondaggio intorno al mondo  del problem solving. Inauguriamo questa iniziativa proprio partendo da un sondaggio su cosa pensate il problem solving sia. Nella colonna di destra trovate, subito sotto i feed, il sondaggio con le risposte multiple. Il sondaggio lanciato oggi è quindi: "Il problem solving è":

  • risolvere i problemi;
  • definire i problemi;
  • una tecnica informatica;
  • evitare i problemi;
  • un'attitudine innata;
  • una tecnica psicologica;
  • un solvente.
Sotto le risposte trovate il link per vedere i risultati di cui parleremo alla scadenza del voto e cioè l'11 settembre con un post. Coloro che non si accontentano di queste risposte predisposte possono dire la loro rispondendo a questa domanda attraverso il form di formspring. Con questa iniziativa vogliamo aprire un dialogo con ogni lettore, sapere cosa pensa, dargli la possibilità di contribuire con idee e soluzioni al dibattito attorno ai temi del management dei problemi di ogni natura. E ora non aspettare oltre, partecipa al sondaggio :)

giovedì 12 agosto 2010

Risolvere problemi come il mago di Oz


Oggi Google rende omaggio a Il mago di Oz, nel settantunesimo anniversario, di questa trasposizione cinematografica del 1939 del romanzo Il meraviglioso mago di Oz del 1900. Il film narra le vicende di Dorothy e dei suoi tre compagni di viaggio (un leone, uno spaventapasseri, un boscaiolo di latta) per riuscire a tornare a casa dopo che la ragazzina è stata scaraventata da un ciclone in Oz dalla sua casa in Kansas dove vivi con gli zii e il cane Toto. Il pensiero corre subito a un romanzo analogo precedente: Alice nel paese delle meraviglie (1865) e alle sue principali trasposizioni per il cinema: quella del 1951 della Disney e quella del 2010 di Tim Burton. Quest'ultimo romanzo ha sempre causato grossi problemi di traduzione perché pieno zeppo di allusioni, figure retoriche e proverbi. A ben vedere Il meraviglioso mago di Oz non è solo un libro di narrativa per ragazzi,  come molti intendono. Ma è una allegoria della politica monetaria degli Stati Uniti alla fine del 1800. Leggiamo, infatti, su Wikipedia: "Tra il 1880 ed il 1896, vi fu in una massiccia quanto imprevista deflazione, che causò un crollo drastico dei prezzi nell'economia americana (23% ca.). Poiché la maggior parte dei contadini dell'ovest del paese erano indebitati con le banche dell'est, quando i prezzi diminuirono, il valore reale dei debiti aumentò e le banche si arricchirono considerevolmente a spese dei contadini".

L'allegoria è una metafora continuata. Questa figura retorica adotta infatti un'immagine centrale ed attorno ad essa imbastisce una serie di analogie. Una delle più note allegorie è quella che Dante Alighieri nella Divina Commedia quando ricorre ad un leone come allegoria di superbia e violenza, ad una lupa come allegoria di avarizia e cupidigia, alla lonza come allegoria di lussuria. Come tutte le figure retoriche deriva dal greco e nella sua etimologia, leggiamo nel Dizionario di Retorica e stilistica della Utet, da una parte vuol dire far sapere e dall'altra partecipare. Se vogliamo è quindi la figura principe di comunicazione e narrativa. Nel Medioevo se ne fece grande uso perché divenne la trama stessa dell'arte. Pensiamo alla enorme produzioni di allegorie e simboli lungo tutto il periodo medievale tra cui citiamo, per esempio, i leoni stilofori ora simbolo del Vangelo di Marco, ora simbolo della lotta all'eresia. Non è un caso che Dario Fo abbia rinvenuto tutta una serie di allegorie non solo nelle giullarate e nelle storie medievali del suo repertorio ma anche nella sua lezione d'arte sul Duomo di Modena. Come non è un caso che le allegorie siano molto frequenti nel Roman de la Rose e nella Divina Commedia.

Dopo il Medioevo l'allegoria fu abbandonata e soltanto opere  come I viaggi di Gulliver (J. Swift) e Il paradiso perduto (J. Milton) la ripresero prima dell'eclissi totale durante Illuminismo e Romanticismo. Il Novecento l'ha riportata in auge se pensiamo a La fattoria degli animali (G. Orwell) e all'Ulisse (J. Joyce) e al romanzo di cui stiamo parlando, scritto da Lyman Frank Baum.

Abbiamo già sottolineato l'intimo nesso tra storie e problem solving nel post Lo zen e l'arte di narrare i problemi. Qui ricordo soltanto che laddove c'è un problema è possibile narrare una storia perché la storia è appunto il racconto di come abbiamo superato il problema (come ha fatto Cappuccetto Rosso ad uscire dalla pancia del lupo?). E laddove c'è una storia o ci sono più storie abbiamo a che fare con dei problemi (pensiamo alle peripezie di Ulisse). Ebbene Il Mago di Oz ci racconta di quattro problemi principali:
  1. come farà Dorothy a tornare a casa?
  2. Come farà lo spaventapasseri ad avere un cervello?
  3. Come farà il boscaiolo di latta ad avere un cuore?
  4. Come farà il leone codardo ad avere il coraggio?
A quasi tutti questi quesiti dà una riposta il mago di Oz.  Per riuscirci adotta tecniche e strategie del pensiero illusionistico, di cui ci siamo occupati in questo blog. Infatti per lo spaventapasseri e per il boscaiolo ricorre a dei simulacri: una melma di crusca e spilli nella testa come cervello allo spaventapasseri e un cuore di seta cremisi riempito di sabbia come cuore del boscaiolo di latta. Mentre per il leone ricorre all'effetto placebo dandogli da dare una pozione. Come abbiamo già affermato a proposito del pensiero illusionistico un prestigiatore (un mago) non rende l'impossibile possibile perché l'impossibile è per sua natura impossibile appunto. Ma rende il possibile impossibile mascherando quel che fa, giocandoci intorno, facendo distrarre lo spettatore ma soprattutto tradendo la sua logica verticale e quindi provocando la sua meraviglia per fatti per lui inspiegabili. Tutto quello che fa si spiega, invece, alla perfezione perché si basa su elementi che fanno parte di questo mondo fisico eppure i suoi effetti ci sembrano impossibili. E' questo il segreto da imitare nel pensare alternative al nostro problema.

L'allegoria è dunque uno dei principali strumenti della retorica nel racconto del nostro problema, quel problem telling, che è la fase successiva della definizione del problema (il problem setting) nel processo di problem solving. E' nella natura dell'allegoria il portare a conoscenza qualcosa e nel far partecipare gli altri, nel far loro condividere un'idea, un progetto, un bisogno, un problema, ecc. E' questa l'economia stessa dei social network che sono tali nella misura in cui fanno rete attorno a un tema, un interesse, un obbiettivo ecc. Nodi di questa rete sono quelle persone che cercano delle risorse o le mettono a disposizione degli altri gratis o sotto compenso o sotto forma di scambi alla pari. L'allegoria può essere allora la chiave di lettura che ci dà una visione diversa della realtà che spesso ci sembra o nera o indefinibile, che ci dà delle alternative spesso imprevedibili di fronte a un problema, che ci fornisce una serie di idee spesso strabilianti. Inoltre ci permette di raccontare il nostro problema divertendo e non annoiando gli altri. Infine con essa riusciamo a raccontare in modo indiretto le nostre posizioni evitando quegli scontri, quell'acrimonia, quelle incomprensioni che si creano con il racconto diretto.

Come raccontate voi il vostro problema? Avete mai usato una figura retorica per farlo?


domenica 8 agosto 2010

Tre lezioni di problem solving di Machiavelli

Il Sole 24 ore di oggi, Domenica 8 agosto 2010, procede con la sua carrellata di personaggi del passato a cui guardare per risollevare le sorti del presente. Domenica scorsa, 1 agosto 2010, ci siamo occupati di uno di essi: il capitano Achab del romanzo Moby Dick di Melville.  Questa volta segnalo Lo scienziato prestato alla politica, l'articolo di Gabriele Pedullà dedicato a Niccolò Machiavelli. Questo perché nell'articolo a pagina 12 dell'edizione cartacea de Il Sole 24 ore, sono ricordate tre piccole lezioni che questo uomo rinascimentale ci ha lasciato nelle sue opere. Sono tre lezioni che riguardano il giusto atteggiamento nei confronti dei problemi. Quindi, in questo blog sul problem solving (che è l'intero processo di definizione, racconto e soluzione del problema), non potevamo evitare di segnalarle.

  1. La prima lezione è che "le crisi giungono improvvise soltanto perché  non sappiamo riconoscere gli infiniti segni che le preannunciano". Pedullà riferisce come Il principe sia pieno di riferimenti al fatto che gli uomini riconoscono i problemi solo quando è troppo tardi. Pensiamo, per intenderci,  alle previsioni degli analisti finanziari  che non hanno riconosciuti i segni della crisi del 2009. Ma mi viene da pensare anche a quando in Abruzzo, durante l'ultimo terremoto, non si sono tenute in debito conto le scosse precedenti a quelle poi fatali che hanno distrutto il capoluogo e altri centri. Su questo si può leggere un post all'indomani del terremoto che riporta alcune testimonianze. Oppure pensiamo allo Tsunami del 26 dicembre 2004? Alcuni pescatori si salvarono perché videro che il mare si era ritirato.
  2. La seconda lezione introduce quindi la prudenza politica (e non solo) che "consiste precisamente nella capacità di leggere in anticipo gli indizi". E' come avere delle antenne sempre rizzate e pronte a cogliere il minimo segnale oppure dei sensori pronti a cogliere il minimo cambiamento. La chiave per non farsi sorprendere, infatti, è tutta nelle informazioni. E' questa una delle ragioni per cui lo spionaggio è tenuto in grande considerazione da stati e multinazionali. Chi è interessato al rapporto tra problem telling e politica può leggere un post in proposito.
  3. La terza lezione ci dice che non serve temporeggiare di fronte a un problema  senza mai affrontarlo. Questo la dice lunga sull'inutilità di palliativi e di piccolo correttivi. Il problema va, invece, affrontato alla radice. Intendiamoci, qualche volta serve temporeggiare quando per esempio hai forze inferiori al nemico e quindi è meglio ricorrere alla guerriglia piuttosto che alla guerra aperta. E' quel che successe con il dittatore romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto "il temporeggiatore". Fu accusato di codardia e fu deposto ma i romani andarono incontro a quella che fu una delle loro principali disfatte: la battaglia di Canne.

lunedì 2 agosto 2010

Il paese e il gioco delle fiabe

Che cosa fanno i problem teller in vacanza? Vanno alla ricerca di storie e fiabe. Magari vanno a Rocchetta Nervina, in Val Nervia (Liguria) per il Festival delle Fiabe che vi si tiene dal 15 al 20 agosto. Leggiamo infatti su Teatro.org:
Per tre giorni, tutto il paese è coinvolto nella preparazione e nella rappresentazione di una fiaba classica: da Alice nel Paese delle Meraviglie, a Peter Pan, a, come quest’anno la Bella e la Bestia. Un appuntamento tra gioco e cultura che ha finora ottenuto un ottimo successo di pubblico e che fa del paese un polo di attrazione nell’entroterra del ponente ligure. La fiaba di quest’anno, adattamento realizzato da Maria Grazia Tirasso della celebre storia scritta da Madame de Beaumont racconta di un giovane principe che vive in uno splendido castello e che una notte gelida si rifiuta di offrire rifugio a una vecchia mendicante. La donna è in realtà una fata, che non esita a vendicarsi trasformandolo in un orrido essere dal corpo umano e dal volto di un animale.
La fiaba è uno dei migliori strumenti per il problem solver. Non tanto per il suo fine moralistico che, a differenza delle favole, è anzi piuttosto ridotto. Ma piuttosto grazie al suo impiego di avvenimenti e personaggi fantastici come streghe, orchi, giganti, fate, animali inesistenti nutre la mente di direzioni e possibilità altrimenti impensabili. E' come lo zucchero (semplice) che nutre il cervello. Si pensi a Il vestito dell'imperatore dove solo un bambino riesce a smascherare l'inganno dei vestiti inesistenti o al lupo di Cappuccetto rosso che s'industria così bene per divorare la nonna e la sua nipote. Nel momento stesso in cui un'avventura, un pensiero, una decisione o un qualunque elemento narrativo viene pensato facciamo un viaggio nel mondo del pensiero laterale da un lato e in quello fantastico e illusionistico dall'altro. In tal modo non ci allontaniamo dalla realtà, tutt'altro: ne ampliamo lo spettro e pensiamo l'impossibile. Il tutto con gioco, con diletto, con divertimento che moltiplicano le nostre capacità di apprendimento: non solo quelle dei bambini. Ecco perché chiudo questo post consigliandovi il giocafiabe: un sito web dove potete leggere tante fiabe, molte delle quali sono state inventate dagli utenti stessi. Che aspettate? Inventate voi stessi la vostra fiaba: vi divertirete ancora di più e non è così difficile.

domenica 1 agosto 2010

Il Transatlantico e Moby Dick

Vincenzino Sifullo si svegliò nel modo in cui non avrebbe mai voluto. L'odore salmastro, come di alghe e onda morta di mare, gli carezzò le narici e poi si fece penetrante. Riaprì gli occhi dall'assopimento che lo aveva preso, tra la notte e l'alba, dentro al gippone dei Carabinieri di guardia. Era, come al solito, all'angolo di piazza Montecitorio. E la barca era là, alta con i pennoni e le vele, un poco piegata su un fianco. Grondava di acqua e di alghe, e di piccoli pesci, che finivano sul selciato. Al centro della piazza del Parlamento italiano che lui e colleghi avrebbero dovuto sorvegliare.
A scendere dalla nave Pequod per essere ospitato nel Transatlatico, il parlamento italiano, è il mitico capitano Achab (nella foto in alto a sinistra interpreteato dall'attore Gregory Peck) del romanzo Moby Dick, a cui oggi l'edizione cartacea de Il Sole 24 ore ricorre nella sua galleria di personaggi del passato per risollevare le sorti del presente. L'idea è così presentata dalla redazione del quotidiano:
«Lezioni dalla storia: il personaggio che potrebbe aiutarci a ripartire» vedrà impegnate ogni giorno sulle pagine del quotidiano le firme più autorevoli del giornale che racconteranno un personaggio da loro scelto, del passato o del recente presente, che a loro parere in situazioni complesse è stato in grado di trovare la via d'uscita.
In questo caso con Achab abbiamo un personaggio biblico utilizzato nella letteratura da Herman Melville. Si tratta non solo di un ricorso alle lezioni della storia ma di un esempio di impiego dello storytelling per raccontare le vicende del presente, non in modo diretto ma in un modo indiretto, riflesso come Italo Calvino sapeva ben fare e che spiego nelle Lezioni Americane. Parlando della leggerezza scrisse infatti che il suo modo di fare letteratura era un po' come Perseo che per uccidere la Medusa non la guarda negli occhi perché altrimenti ne sarebbe rimasto pietrificato. Allora ne guarda l'immagine riflessa sullo scudo e solo così riesce ad infilzarla senza rimanerne ucciso. Solo che nel racconto di Davide Rondoni pubblicato su Il Sole 24 ore di oggi abbiamo una voluta confusione di livelli: il capitano Achab viene ospitato proprio in seno a quel parlamento che si vorrebbe cambiare. Il finale non ve lo rivelo, ma la metafora ben si presta al racconto di una realtà istituzionale altrimenti assai meno avvincente. Ed è una metafora che circola sin dai primi anni di affermazione del più grande partito di centro in Italia che ha dominato la scena politica per 50 anni: la democrazia cristiana chiamata appunto "balena bianca". Oggi quel cetaceo sulla scena politica è stato spazzato via da Tangentopoli ma sono in tanti a volerne il ritorno. Ma ci sono anche tanti Achab che la inseguono per una volontà di onnipotenza. E in tanti vogliono salire su quella nave: sacerdoti, personaggi misteriosi, ufficiali ecc. E' il regno dell'avventura.

Ho voluto segnalarvi quest'iniziativa de Il Sole 24 ore perché come abbiamo già detto è un bell'esempio di storytelling e perché cerca di raccontarci una serie di problemi in una forma dilettevole come quella della letteratura o del racconto della biografia di personaggi storici. Il Problem Telling, oggetto di questo blog, è in gran parte, infatti, un 'operazione di questo tipo. Tornerò sull'argomento con successivi post.