- La prima lezione è che "le crisi giungono improvvise soltanto perché non sappiamo riconoscere gli infiniti segni che le preannunciano". Pedullà riferisce come Il principe sia pieno di riferimenti al fatto che gli uomini riconoscono i problemi solo quando è troppo tardi. Pensiamo, per intenderci, alle previsioni degli analisti finanziari che non hanno riconosciuti i segni della crisi del 2009. Ma mi viene da pensare anche a quando in Abruzzo, durante l'ultimo terremoto, non si sono tenute in debito conto le scosse precedenti a quelle poi fatali che hanno distrutto il capoluogo e altri centri. Su questo si può leggere un post all'indomani del terremoto che riporta alcune testimonianze. Oppure pensiamo allo Tsunami del 26 dicembre 2004? Alcuni pescatori si salvarono perché videro che il mare si era ritirato.
- La seconda lezione introduce quindi la prudenza politica (e non solo) che "consiste precisamente nella capacità di leggere in anticipo gli indizi". E' come avere delle antenne sempre rizzate e pronte a cogliere il minimo segnale oppure dei sensori pronti a cogliere il minimo cambiamento. La chiave per non farsi sorprendere, infatti, è tutta nelle informazioni. E' questa una delle ragioni per cui lo spionaggio è tenuto in grande considerazione da stati e multinazionali. Chi è interessato al rapporto tra problem telling e politica può leggere un post in proposito.
- La terza lezione ci dice che non serve temporeggiare di fronte a un problema senza mai affrontarlo. Questo la dice lunga sull'inutilità di palliativi e di piccolo correttivi. Il problema va, invece, affrontato alla radice. Intendiamoci, qualche volta serve temporeggiare quando per esempio hai forze inferiori al nemico e quindi è meglio ricorrere alla guerriglia piuttosto che alla guerra aperta. E' quel che successe con il dittatore romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto "il temporeggiatore". Fu accusato di codardia e fu deposto ma i romani andarono incontro a quella che fu una delle loro principali disfatte: la battaglia di Canne.
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domenica 8 agosto 2010
Tre lezioni di problem solving di Machiavelli
Il Sole 24 ore di oggi, Domenica 8 agosto 2010, procede con la sua carrellata di personaggi del passato a cui guardare per risollevare le sorti del presente. Domenica scorsa, 1 agosto 2010, ci siamo occupati di uno di essi: il capitano Achab del romanzo Moby Dick di Melville. Questa volta segnalo Lo scienziato prestato alla politica, l'articolo di Gabriele Pedullà dedicato a Niccolò Machiavelli. Questo perché nell'articolo a pagina 12 dell'edizione cartacea de Il Sole 24 ore, sono ricordate tre piccole lezioni che questo uomo rinascimentale ci ha lasciato nelle sue opere. Sono tre lezioni che riguardano il giusto atteggiamento nei confronti dei problemi. Quindi, in questo blog sul problem solving (che è l'intero processo di definizione, racconto e soluzione del problema), non potevamo evitare di segnalarle.
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domenica 1 agosto 2010
Il Transatlantico e Moby Dick
Vincenzino Sifullo si svegliò nel modo in cui non avrebbe mai voluto. L'odore salmastro, come di alghe e onda morta di mare, gli carezzò le narici e poi si fece penetrante. Riaprì gli occhi dall'assopimento che lo aveva preso, tra la notte e l'alba, dentro al gippone dei Carabinieri di guardia. Era, come al solito, all'angolo di piazza Montecitorio. E la barca era là, alta con i pennoni e le vele, un poco piegata su un fianco. Grondava di acqua e di alghe, e di piccoli pesci, che finivano sul selciato. Al centro della piazza del Parlamento italiano che lui e colleghi avrebbero dovuto sorvegliare.A scendere dalla nave Pequod per essere ospitato nel Transatlatico, il parlamento italiano, è il mitico capitano Achab (nella foto in alto a sinistra interpreteato dall'attore Gregory Peck) del romanzo Moby Dick, a cui oggi l'edizione cartacea de Il Sole 24 ore ricorre nella sua galleria di personaggi del passato per risollevare le sorti del presente. L'idea è così presentata dalla redazione del quotidiano:
«Lezioni dalla storia: il personaggio che potrebbe aiutarci a ripartire» vedrà impegnate ogni giorno sulle pagine del quotidiano le firme più autorevoli del giornale che racconteranno un personaggio da loro scelto, del passato o del recente presente, che a loro parere in situazioni complesse è stato in grado di trovare la via d'uscita.In questo caso con Achab abbiamo un personaggio biblico utilizzato nella letteratura da Herman Melville. Si tratta non solo di un ricorso alle lezioni della storia ma di un esempio di impiego dello storytelling per raccontare le vicende del presente, non in modo diretto ma in un modo indiretto, riflesso come Italo Calvino sapeva ben fare e che spiego nelle Lezioni Americane. Parlando della leggerezza scrisse infatti che il suo modo di fare letteratura era un po' come Perseo che per uccidere la Medusa non la guarda negli occhi perché altrimenti ne sarebbe rimasto pietrificato. Allora ne guarda l'immagine riflessa sullo scudo e solo così riesce ad infilzarla senza rimanerne ucciso. Solo che nel racconto di Davide Rondoni pubblicato su Il Sole 24 ore di oggi abbiamo una voluta confusione di livelli: il capitano Achab viene ospitato proprio in seno a quel parlamento che si vorrebbe cambiare. Il finale non ve lo rivelo, ma la metafora ben si presta al racconto di una realtà istituzionale altrimenti assai meno avvincente. Ed è una metafora che circola sin dai primi anni di affermazione del più grande partito di centro in Italia che ha dominato la scena politica per 50 anni: la democrazia cristiana chiamata appunto "balena bianca". Oggi quel cetaceo sulla scena politica è stato spazzato via da Tangentopoli ma sono in tanti a volerne il ritorno. Ma ci sono anche tanti Achab che la inseguono per una volontà di onnipotenza. E in tanti vogliono salire su quella nave: sacerdoti, personaggi misteriosi, ufficiali ecc. E' il regno dell'avventura.
Ho voluto segnalarvi quest'iniziativa de Il Sole 24 ore perché come abbiamo già detto è un bell'esempio di storytelling e perché cerca di raccontarci una serie di problemi in una forma dilettevole come quella della letteratura o del racconto della biografia di personaggi storici. Il Problem Telling, oggetto di questo blog, è in gran parte, infatti, un 'operazione di questo tipo. Tornerò sull'argomento con successivi post.
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mercoledì 18 novembre 2009
Il Problem Telling per la politica
Politici e ideologi sono maestri nell'agitare problemi generici e astratti, buoni per tutte le circostanze. E la ragione di ciò dipende dal fatto che agitare un problema serve a impedire una discussione. E coloro che utilizzano la politica per tornaconti personali e interesse di lobby si comportano in questo modo, violando peraltro le regole della democrazia. Questi usano i problemi in modo “politico”, inteso nella sua accezione più degradata, politicante. Vengono usati in questo senso la disoccupazione, l'immigrazione, il testamento biologico, ecc. Sull'altro versante c'è invece l'uso della politica per risolvere i problemi. E in questa ottica il problema viene ben definito, inquadrato e suddiviso in una serie di problemi minori. Il problema della disoccupazione implica di determinarne gli ambiti alla sfera politica, la sfera economica, la sfera fiscale, la sfera della formazione. E ancora delimitare le fasce di età, la tipologia (attesa del primo lavoro o perdita del lavoro), la zona (nord, centro, sud), il settore (industria, terziario, nuove tecnologie), e così via. La politica ha bisogno dei metodi e dell'ottica del problem solving, se vuole dare risultati ed è intesa come servizio. Ed ha gran bisogno del Problem Telling, al quale peraltro è affine. Pensiamo ad un candidato alle elezioni che oltre a scagliarsi contro questo o quel punto che non condivide degli avversari, racconta il suo programma in due-tre punti chiave, che sono il risultato dell'ascolto attento delle vere esigenze dei cittadini (problem setting). Facciamo finta che nel suo programma ci sia la creazione di risorse, strumenti e migliori condizioni per lo sviluppo del turismo. Ora, questo candidato avrà bisogno di raccontare in modo chiaro e interessante i problemi che ne derivano, sviluppandoli con giochi di immaginazione. Se, per esempio, davvero il turismo riesce a svilupparsi, dove ospitiamo le tante persone che arrivano se le nostre strutture ricettive non sono sufficienti? Come facciamo ad assicurare loro che tutti i luoghi da visitare siano accessibili visto che spesso o sono chiusi o non c'è personale? Problem setting e problem telling non risolvono i problemi, li scoprono, li definiscono, li “vendono”. Il setting rende un problema risolvibile, il telling lo rende interessante.
Il problem telling sconfina nello storytelling, grande strumento di potere. La narratologia è da tempo usata per l'organizzazione e il mantenimento del consenso. E' ovvio che i potenti la usino in modo verticistico e in modo da influenzare gli elettori, laddove ci siano libere elezioni, o i sudditi, laddove ci siano monarchie o teocrazie. Ma lo storytelling come rete di storie, dal basso, è usato anche da coloro che al potere si contrappongono, ne fanno oggetto di satira come Dario Fo, Luttazzi, ecc. C'è una guerra tra le due forme oggi amplificata dal Real Time Web. Il Problem Telling adotta lo storytelling ma è più organico al problem solving, è la soglia tra problema e storia, una soglia mobile, senza soluzioni di continuità. Come tale si deve occupare della produzione di storie, ne deve individuare le risorse, le modalità, ecc. Perciò il politico se vuole parlare al cuore della gente non in modo retorico ed artificioso deve imparare a inquadrare i problemi secondo un'ottica di problem solving e poi deve riuscire a raccontarli per farne delle storie condivise.
Photo credit:adrianobonc. La prima parte del post è stata scritta in collaborazione con Umberto Santucci.
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