Bella foto del post I bambini e il pensiero laterale che testimonia come a questo bimbo o bimba (non è chiaro ma non è importante) il pensiero laterale, di cui abbiamo parlato nell'ultimo post, venga da solo, in modo spontaneo. Quanti di noi avrebbero pensato che questo manufatto per parcheggiare le biciclette sarebbe potuto diventare un tubo da attraversare? Il pensiero laterale ci aiuta a trasformare gli oggetti, a giocare con essi dando loro nuove possibilità e nuovi usi. E non è forse ciò che fanno di continuo i bambini? Perché non imitarli? Perché limitare il nostro pensiero e non dargli la possibilità di scoprire nuove direzioni?
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giovedì 19 agosto 2010
giovedì 12 agosto 2010
Risolvere problemi come il mago di Oz
Oggi Google rende omaggio a Il mago di Oz, nel settantunesimo anniversario, di questa trasposizione cinematografica del 1939 del romanzo Il meraviglioso mago di Oz del 1900. Il film narra le vicende di Dorothy e dei suoi tre compagni di viaggio (un leone, uno spaventapasseri, un boscaiolo di latta) per riuscire a tornare a casa dopo che la ragazzina è stata scaraventata da un ciclone in Oz dalla sua casa in Kansas dove vivi con gli zii e il cane Toto. Il pensiero corre subito a un romanzo analogo precedente: Alice nel paese delle meraviglie (1865) e alle sue principali trasposizioni per il cinema: quella del 1951 della Disney e quella del 2010 di Tim Burton. Quest'ultimo romanzo ha sempre causato grossi problemi di traduzione perché pieno zeppo di allusioni, figure retoriche e proverbi. A ben vedere Il meraviglioso mago di Oz non è solo un libro di narrativa per ragazzi, come molti intendono. Ma è una allegoria della politica monetaria degli Stati Uniti alla fine del 1800. Leggiamo, infatti, su Wikipedia: "Tra il 1880 ed il 1896, vi fu in una massiccia quanto imprevista deflazione, che causò un crollo drastico dei prezzi nell'economia americana (23% ca.). Poiché la maggior parte dei contadini dell'ovest del paese erano indebitati con le banche dell'est, quando i prezzi diminuirono, il valore reale dei debiti aumentò e le banche si arricchirono considerevolmente a spese dei contadini".
L'allegoria è una metafora continuata. Questa figura retorica adotta infatti un'immagine centrale ed attorno ad essa imbastisce una serie di analogie. Una delle più note allegorie è quella che Dante Alighieri nella Divina Commedia quando ricorre ad un leone come allegoria di superbia e violenza, ad una lupa come allegoria di avarizia e cupidigia, alla lonza come allegoria di lussuria. Come tutte le figure retoriche deriva dal greco e nella sua etimologia, leggiamo nel Dizionario di Retorica e stilistica della Utet, da una parte vuol dire far sapere e dall'altra partecipare. Se vogliamo è quindi la figura principe di comunicazione e narrativa. Nel Medioevo se ne fece grande uso perché divenne la trama stessa dell'arte. Pensiamo alla enorme produzioni di allegorie e simboli lungo tutto il periodo medievale tra cui citiamo, per esempio, i leoni stilofori ora simbolo del Vangelo di Marco, ora simbolo della lotta all'eresia. Non è un caso che Dario Fo abbia rinvenuto tutta una serie di allegorie non solo nelle giullarate e nelle storie medievali del suo repertorio ma anche nella sua lezione d'arte sul Duomo di Modena. Come non è un caso che le allegorie siano molto frequenti nel Roman de la Rose e nella Divina Commedia.
Dopo il Medioevo l'allegoria fu abbandonata e soltanto opere come I viaggi di Gulliver (J. Swift) e Il paradiso perduto (J. Milton) la ripresero prima dell'eclissi totale durante Illuminismo e Romanticismo. Il Novecento l'ha riportata in auge se pensiamo a La fattoria degli animali (G. Orwell) e all'Ulisse (J. Joyce) e al romanzo di cui stiamo parlando, scritto da Lyman Frank Baum.
Abbiamo già sottolineato l'intimo nesso tra storie e problem solving nel post Lo zen e l'arte di narrare i problemi. Qui ricordo soltanto che laddove c'è un problema è possibile narrare una storia perché la storia è appunto il racconto di come abbiamo superato il problema (come ha fatto Cappuccetto Rosso ad uscire dalla pancia del lupo?). E laddove c'è una storia o ci sono più storie abbiamo a che fare con dei problemi (pensiamo alle peripezie di Ulisse). Ebbene Il Mago di Oz ci racconta di quattro problemi principali:
- come farà Dorothy a tornare a casa?
- Come farà lo spaventapasseri ad avere un cervello?
- Come farà il boscaiolo di latta ad avere un cuore?
- Come farà il leone codardo ad avere il coraggio?
A quasi tutti questi quesiti dà una riposta il mago di Oz. Per riuscirci adotta tecniche e strategie del pensiero illusionistico, di cui ci siamo occupati in questo blog. Infatti per lo spaventapasseri e per il boscaiolo ricorre a dei simulacri: una melma di crusca e spilli nella testa come cervello allo spaventapasseri e un cuore di seta cremisi riempito di sabbia come cuore del boscaiolo di latta. Mentre per il leone ricorre all'effetto placebo dandogli da dare una pozione. Come abbiamo già affermato a proposito del pensiero illusionistico un prestigiatore (un mago) non rende l'impossibile possibile perché l'impossibile è per sua natura impossibile appunto. Ma rende il possibile impossibile mascherando quel che fa, giocandoci intorno, facendo distrarre lo spettatore ma soprattutto tradendo la sua logica verticale e quindi provocando la sua meraviglia per fatti per lui inspiegabili. Tutto quello che fa si spiega, invece, alla perfezione perché si basa su elementi che fanno parte di questo mondo fisico eppure i suoi effetti ci sembrano impossibili. E' questo il segreto da imitare nel pensare alternative al nostro problema.
L'allegoria è dunque uno dei principali strumenti della retorica nel racconto del nostro problema, quel problem telling, che è la fase successiva della definizione del problema (il problem setting) nel processo di problem solving. E' nella natura dell'allegoria il portare a conoscenza qualcosa e nel far partecipare gli altri, nel far loro condividere un'idea, un progetto, un bisogno, un problema, ecc. E' questa l'economia stessa dei social network che sono tali nella misura in cui fanno rete attorno a un tema, un interesse, un obbiettivo ecc. Nodi di questa rete sono quelle persone che cercano delle risorse o le mettono a disposizione degli altri gratis o sotto compenso o sotto forma di scambi alla pari. L'allegoria può essere allora la chiave di lettura che ci dà una visione diversa della realtà che spesso ci sembra o nera o indefinibile, che ci dà delle alternative spesso imprevedibili di fronte a un problema, che ci fornisce una serie di idee spesso strabilianti. Inoltre ci permette di raccontare il nostro problema divertendo e non annoiando gli altri. Infine con essa riusciamo a raccontare in modo indiretto le nostre posizioni evitando quegli scontri, quell'acrimonia, quelle incomprensioni che si creano con il racconto diretto.
Come raccontate voi il vostro problema? Avete mai usato una figura retorica per farlo?
giovedì 15 luglio 2010
Capire il Problem Telling in cinque mosse
I visitatori del sito web problemtelling.com, di questo blog e gli iscritti al gruppo su Facebook hanno iniziato a far conoscenza di questo fantomatico "problem telling" che come si può leggere dalla sua definizione si può definire come l'arte di trasformare i problemi in narrazioni, in storie e che promette quindi un approccio ludico e narrativo ai problemi. Oggi voglio illustrarne cinque diverse coppie di aspetti, delle antinomie che però nel nostro caso sono tutte apparenti e che servono come breve presentazione di questa che è un po' un'arte e un po' una disciplina nel novero del problem solving. La tecnica che ho utilizzato è quella inventata da Dan Roam e illustrata nel suo libro The back of the napkin. Solving problems and selling ideas with pictures (Marshall Cavendish). E' una potente tecnica per sviluppare l'immaginazione che l'autore chiama "S.Q.V.I .D" e che si basa su cinque antinomie: semplice-elaborato; qualità-quantità; visione-esecuzione; individuo-paragone; cambiamento-status quo. In essa si utilizzano dei disegni fatti a mano molto elementari sui quali vi chiedo di non giudicarmi da un punto di vista artistico ;-)
La prima illustrazione ci consente di andare alle basi del problem telling che alla lettera è soltanto un problema (o qualcosa di simile) da raccontare. Niente di più e niente di meno. Il problem telling ti aiuta a farlo nel miglior modo possibile.
Raccontare un problema implica quindi almeno due primordiali aspetti: il problema da raccontare e a chi raccontarlo, il contesto se vogliamo. Inizia da queste iniziali distinzioni un percorso le cui fasi generali vedremo nella prossima illustrazione.
Affrontare un problema significa molto spesso sviluppare nuove idee su di esso, nuove soluzioni, immaginare aspetti che non si sarebbe sospettato all'inizio di pensare con l'aiuto del pensiero laterale di Edward De Bono o il pensiero illusionistico che Matteo Rampin spiega nel suo libro Pensare come un mago (Ponte alle grazie). Forse occorre anche modificare le premesse e arrivare quindi a fare qualcosa di insolito, imprevisto laddove all'inizio sembravano non esserci speranze.Abbiamo però bisogno di un buon diagramma di Gantt per pianificare le fasi del nostro lavoro che, ridotte all'osso, sono:
- il setting del problema, la sua definizione come ci insegna soprattutto Umberto Santucci;
- la mappa del problema con l'aiuto di mappe mentali e mappe concettuali;
- i racconti e i linguaggi da sviluppare, anche grazie alle tecniche di improvvisazione teatrale;
- i briefing per pianificare a chi, come e quando raccontare;
- il feedback di questo nostro lavoro.

Ma dov'è che vogliamo arrivare? Vogliamo farti saltare l'ostacolo (il problema) che ti sta davanti. E non occorre essere Sergej Bubka per fare questo genere di salti. Con il Problem Telling scoprirai che l'ostacolo stà lì davanti a te proprio per stimolarti a saltare e se non ci fosse sarebbe peggio perché rimarresti pigro a non sviluppare niente di nuovo, non cammineresti nemmeno. Se il tuo problema non è un ostacolo che puoi superare ma qualcosa di davvero insormontabile allora non è un problema, ma qualcos'altro di cui il problem solving non si occupa. Ma prima di dire questo stai sicuro che avrai a disposizione ogni strumento, ogni atteggiamento e soprattutto ogni tecnica mentale per fare un salto da campioni, perché il problema è in realtà qualcosa che sta nelle nostre menti.

Lo so che se devi affrontare i tuoi problemi e soprattutto raccontarli ti vengono i sudori freddi, la tua bocca non riesce più a darti la saliva e ti senti soffocare. Sei una facile preda delle tue emozioni ed è bene che avvenga questo perché in realtà le emozioni ti sono amiche ed è grazie ad esse che noi apprendiamo. Ci avevi mai pensato? L'apprendimento significativo ci insegna proprio questo: le emozioni non negative sono importanti se vuoi apprendere. Perciò dovrai imparare a conoscerle e a usarle. Come dovrai imparare a distinguere i problemi dagli obbiettivi, che non sono la stessa cosa, o dalle condizioni o premesse, che molto spesso non possiamo modificare.

Ricorrere al Problem Telling significa fare del proprio problema una caccia al tesoro la cui avventura più persone possibili vogliono vivere. Non solo perché in ballo c'è un bel bottino da trovare ma anche perché si vive il problema come una storia in cui non si rimane comprimari ma si diventa protagonisti, un po' come se invece di rimanere in poltrona a scoprire pagina dopo pagina chi è l'assassino si entrasse nel giallo nelle vesti dell'investigatore. Problem Telling è allora sinonimo di avventura non solitaria, di condivisione di possibilità e di risorse. Siamo allora lontani anni luce dai venditori che ci chiamano a casa, che ci fermano per strada, che ci bombardano di pubblicità. Qui siamo invece sui territori di un marketing che si fa sociale, ben al di là del permission marketing di Seth Godin e ben al di là della condivione più o meno riuscita dei social network: qui si tratta di vivere un'avventura insieme, e che avventura visto che è la propria meravigliosa avventura!
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