domenica 1 agosto 2010

Il Transatlantico e Moby Dick

Vincenzino Sifullo si svegliò nel modo in cui non avrebbe mai voluto. L'odore salmastro, come di alghe e onda morta di mare, gli carezzò le narici e poi si fece penetrante. Riaprì gli occhi dall'assopimento che lo aveva preso, tra la notte e l'alba, dentro al gippone dei Carabinieri di guardia. Era, come al solito, all'angolo di piazza Montecitorio. E la barca era là, alta con i pennoni e le vele, un poco piegata su un fianco. Grondava di acqua e di alghe, e di piccoli pesci, che finivano sul selciato. Al centro della piazza del Parlamento italiano che lui e colleghi avrebbero dovuto sorvegliare.
A scendere dalla nave Pequod per essere ospitato nel Transatlatico, il parlamento italiano, è il mitico capitano Achab (nella foto in alto a sinistra interpreteato dall'attore Gregory Peck) del romanzo Moby Dick, a cui oggi l'edizione cartacea de Il Sole 24 ore ricorre nella sua galleria di personaggi del passato per risollevare le sorti del presente. L'idea è così presentata dalla redazione del quotidiano:
«Lezioni dalla storia: il personaggio che potrebbe aiutarci a ripartire» vedrà impegnate ogni giorno sulle pagine del quotidiano le firme più autorevoli del giornale che racconteranno un personaggio da loro scelto, del passato o del recente presente, che a loro parere in situazioni complesse è stato in grado di trovare la via d'uscita.
In questo caso con Achab abbiamo un personaggio biblico utilizzato nella letteratura da Herman Melville. Si tratta non solo di un ricorso alle lezioni della storia ma di un esempio di impiego dello storytelling per raccontare le vicende del presente, non in modo diretto ma in un modo indiretto, riflesso come Italo Calvino sapeva ben fare e che spiego nelle Lezioni Americane. Parlando della leggerezza scrisse infatti che il suo modo di fare letteratura era un po' come Perseo che per uccidere la Medusa non la guarda negli occhi perché altrimenti ne sarebbe rimasto pietrificato. Allora ne guarda l'immagine riflessa sullo scudo e solo così riesce ad infilzarla senza rimanerne ucciso. Solo che nel racconto di Davide Rondoni pubblicato su Il Sole 24 ore di oggi abbiamo una voluta confusione di livelli: il capitano Achab viene ospitato proprio in seno a quel parlamento che si vorrebbe cambiare. Il finale non ve lo rivelo, ma la metafora ben si presta al racconto di una realtà istituzionale altrimenti assai meno avvincente. Ed è una metafora che circola sin dai primi anni di affermazione del più grande partito di centro in Italia che ha dominato la scena politica per 50 anni: la democrazia cristiana chiamata appunto "balena bianca". Oggi quel cetaceo sulla scena politica è stato spazzato via da Tangentopoli ma sono in tanti a volerne il ritorno. Ma ci sono anche tanti Achab che la inseguono per una volontà di onnipotenza. E in tanti vogliono salire su quella nave: sacerdoti, personaggi misteriosi, ufficiali ecc. E' il regno dell'avventura.

Ho voluto segnalarvi quest'iniziativa de Il Sole 24 ore perché come abbiamo già detto è un bell'esempio di storytelling e perché cerca di raccontarci una serie di problemi in una forma dilettevole come quella della letteratura o del racconto della biografia di personaggi storici. Il Problem Telling, oggetto di questo blog, è in gran parte, infatti, un 'operazione di questo tipo. Tornerò sull'argomento con successivi post.

venerdì 30 luglio 2010

Gioco e problem solving nel cinema di Méliès

A Parigi gli spettatori del primo film mostrato in europa, l'arrivo di un treno in una locale stazione, erano rimasti ancora con gli occhi sbarrati e la bocca aperta per lo stupore, quando uno di essi si avvicina, si presenta come prestigiatore e chiede se può acquistare un apparecchio come quello che ha visto per proiettare le immagini. La risposta dei due fratelli che avevano organizzato la proiezione è secca: no, questo è un apparecchio che non è destinato al gioco, al teatro, ma alla scienza. Era il 1895. I due fratelli erano Louis e Auguste Lumière e il prestigiatore era Georges Méliès. Prosegue con questo post una riflessione sul rapporto tra la magia, il teatro e il cinema da una parte e il problem solving dall'altra iniziata ieri con il post Risolvere e creare problemi con la magia e con il teatro.

Georges Méliès può essere considerato il padre del cinema. Prima di lui, infatti, i fratelli Lumière erano fermi ai documentari. Non solo: non avevano capito il reale valore di quello che stavano facendo perché pensavano che la loro invenzione era destinata solo ad ambiti scientifici. Quando, infatti, nel 1895 l'illusionista prestigiatore Méliès chiese di comprare l'apparecchio da loro usato questi si rifiutarono di venderglielo asserendo che esso aveva a che fare con la scienza, non con il gioco o il teatro. Per nulla scoraggiato Méliès, si fece costruire una macchina da presa rudimentale da un ingegnere e diede inizio ad una straordinaria carriera di regista che durò fino al 1913. In tutti questi anni realizzò nel suo teatro di posa qualcosa come 1.500 film (in gran parte andati distrutti) in cui spiccano diversi capolavori. Tra questi Viaggio nella luna, da cui è tratta la celebre immagine in alto a sinistra che riproduce il razzo usato dai cosmonauti per andare sulla luna che va a conficcarsi in uno dei due occhi del volto della luna.

Il cinema di Méliès si può considerare come "il teatro dell'impossibile" perché sovverte le leggi della fisica, la logica e la quotidianità. In quasi tutta la sua filmografia, infatti, è alle prese con una serie di illusioni che scandagliano l'impossibile. Non è un caso se uono dei suoi maggiori capolavori si intitola proprio Viaggio attraverso l'impossibile. Qui Méliès compie un viaggio in cielo, sul sole e nelle profondità marine. Del resto l'impossibile era il suo mestiere prima di approdare al cinema visto che era uno dei migliori prestigiatori al mondo, tanto da aver ereditato il teatro del grande Houdini. Davanti ai suoi cortometraggi gli spettatori restavano a bocca aperta, come inebetiti chiedendosi "ma come ha fatto"? Si veda ad esempio Le Magicién del 1898.



Oggi questo genere di film non ha lo stesso effetto che aveva sugli spettatori a lui contemporanei nei quali, invece, suscitava meraviglia e stupore. Per riuscirci faceva ricorso a tutto il repertorio delle
tecniche illusionistiche, che conosceva alla perfezione: apparizioni, sparizioni, ombre e proiezioni, simulacri. Quando, infatti, volle comprare l'apparecchio dei Lumière non sapeva bene che farsene, ma ben presto non appena ebbe la tecnologia che gli occorreva tra le mani vi traspose tutta la sua sapienza di prestigiatore. Una delle prime realizzazioni fu infatti Escamotage d'une dame chez Robert-Houdin in cui appare lui stesso che fa scomparire una donna. Il cinema gli deve essere apparso come una grande opportunità per ampliare le possibilità dei suoi trucchi, delle sue illusioni. E vi si immerge con tanto entusiasmo. Per lui questa nuova invenzione non è una esclusiva degli ambiti scientifici, come avrebbero voluto i Lumière, ma un bellissimo giocattolo. I suoi film sono infatti modulati secondo gli stilemi della farsa, pieni di umorismo e di personaggi, come i diavoli, i maghi e i pierrot che provengono da tutta la carica vitale della commedia dell'arte. Si guardi, ad esempio, Lune à un metr del 1898.




Questo sguardo agli albori del cinema ci permette alcune riflessioni, anzi delle vere e proprie lezioni. Partiamo dal gioco: per Méliès, come abbiamo visto, il cinema è
un grande gioco, quasi fanciullesco, immaginifico in cui si bada al divertimento e non all'educazione morale come invece farà altro cinema a lui contemporaneo. E' questa la prima grande lezione perché questo grande regista si diverte a scoprire tutte le possibilità che le nascenti tecnologie cinematografiche danno allo spettacolo. E nei suoi film tutto è diletto, divertimento. Non ha potuto lavorare con grandi attori ma lui stesso è disinvolto e si muove con grande destrezza come anche alcune maschere che utilizza, votate al gioco e agli scherzi e ai lazzi come i maghi e i diavoli. In questo non sminuisce le possibilità artistiche del cinema ma le amplifica. Perché tutti si divertono: lui, gli attori, la troupe, gli spettatori. E questa è una magnifica possibilità di esplorazione in ogni direzione: verso i problemi, le possibilità, ecc. Ed è il vero grimaldello per affrontare la complessità. Il gioco, infatti, è un riduttore di complessità. "Il gioco mette in moto tutte le forme di pensiero, il pensiero verticale e quello laterale, la razionalità e l'emotività, il pensare e l'agire. (...) Il gioco può servire ad analizzare la situazione con occhi diversi, a vedere problemi che altrimenti non erano evidenti" scrive Umberto Santucci in Fai luce sulla chiave (L'airone).

Chi sono i più abili nell'utilizzare il gioco? I bambini, è naturale. E' davvero una risorsa potentissima perché grazie ad esso possono risolvere situazioni che altrimenti ristagnerebbero. Si legga la novella Il pellegrino Alì Cogia e il mercante astuto ne Le mille e una notte. Essa narra di un ricco mercante di stoffe, Alì Cogia, che parte per il pellegrinaggio a La Mecca. Prima di partire nasconde delle monete d'oro in un vaso con delle olive in superficie, lo sigilla e lo affida a un amico mercante, chiedendogli di custodirlo. Quest'ultimo vedendo, dopo anni, che il ricco mercante non faceva ritorno dal suo viaggio aprì il vaso e vi trovò le monete d'oro. Per ogni evenienza gettò via le olive ormai marcite, ne comprò di nuove e chiuse di nuovo il vaso. Poco dopo Alì tornò e si fece ridare il vaso. Non trovandovi più le monete d'oro si rivolse al giudice per ottenere giustizia ma quest'ultimo ascolta le due versioni (quella del ricco mercante e quella del mercante astuto) e pensa che Alì vuol approfittarsi dell'altro mercante e così rigetta le sue accuse. Per nulla vinto da questo giudizio allora si rivolge al califfo Harùn ar-Rashìd. Questi aveva l'abitudine di travestirsi e di passeggiare per le vie della città. Così facendo vede in un cortile dei bambini che giocano alla messinscena del processo di Alì contro il mercante astuto. Il giudice bambino chiede che gli venga portato il vaso e chiede ad altri bambini, sedicenti esperti di olive, se quelle olive che vi si trovano dentro sono recenti oppure vecchie di anni. Il responso è che sono molto recenti. Così il giudice bambino avvalla le accuse di Alì Cogia e condanna il custode del vaso, reo di essersi impossessato delle monete d'oro ivi contenute. L'indomani il califfo fa chiamare questo bambino e fa giudicare allo stesso modo il caso.

E allora mi sembra il caso che ci facciamo qualche domanda. Giochi mai? Ti sei mai reso conto delle potenzialità del gioco? Hai mai provato a risolvere dei problemi giocando? Quali giochi hai utilizzato? Se vuoi rispondi nei commenti.

Delle altre lezioni ci occuperemo in post successivi, ad ogni giorno la sua pena ;-)

Chi vuole saperne di più su Georges Méliès può divertirsi a navigare questa mini-mappa qui di seguito.


giovedì 29 luglio 2010

Risolvere e creare problemi con la magia e con il teatro

La costruzione di scenari, propri dell'arte delle illusioni e della scena, porta a cambiare il modo di rappresentare un problema. Quest'ultimo può assumere significati diversi, impensati. E' questa la lezione della grammatica dell'illusione che Matteo Rampin presenta in Pensare come un mago (Ponte alle grazie, Milano, 2006). Definendo l'effetto illusionistico come "un cambiamento apparentemente impossibile" ci dice che l'impossibile è possibile quando viene pensato. E in questo gli illusionisti, i cui modi di pensare Rampin ricostruisce, sono maestri. Imitandoli diventa allora possibile dare delle risposte a delle domande che altrimenti ne resterebbero prive. E' ciò che è accaduto, per esempio, con l'introduzione del vaccino che risponde al principio illusionistico della pars pro toto che rientra nella figura retorica della sineddoche. Quest'ultima è alla base del teatro: "la sostituzione sineddochica di una parte per il tutto è essenziale ad ogni livello della rappresentazione drammatica" scrive Keir Elan in Semiotica del teatro (Universale Paperbacks Il Mulino, Bologna, 1988, p. 35). Numerose ne sono le applicazioni sia nella scenografia sia nelle azioni degli attori, per forza di cose ridotte, a cui le menti degli spettatori attribuiscono particolari significati. Qualcosa di simile avviene anche nel cinema dove per esempio uno sparuto gruppo di persone può simulare un'intera folla. Quindi questo utilizzo di una parte per il tutto crea nella mente di attori e spettatori una diversa prospettiva della realtà che è spesso la leva giusta che ci serve per risolvere questo o quel problema. Questo avviene perché una mente che sa usare il pensiero illusionistico ma anche il pensiero laterale non accetta in modo passivo le premesse che gli vengono poste. Rampin cita in proposito l'episodio dei Vangeli sinottici in cui i dottori della legge chiedono a Gesù se sia lecito lapidare un'adultera in giorno di sabato. Se avesse risposto di sì avrebbe disubbidito ai Romani alla cui esclusiva giurisdizione spettava la pena capitale. Se avesse risposto di no avrebbe disubbidito alle leggi ebraiche. Perciò costruisce un'altra premessa chiedendo a chi fosse senza peccato di scagliare la prima pietra.


Qualcosa di analogo fa anche James Tiberius Kirk, capitano dell'Enterprise nella saga di Star Trek. La simulazione d'esame dell'accademia che lo consacrerà ufficiale è costruita in modo che nessuno possa superarla. Kirk in segreto, invece, altera il software della simulazione e perciò riesce a superare l'esame. Modifica quindi la realtà del problema che ha di fronte. In modo non diverso da Teseo quando utilizza il filo di Arianna per uscire dal labirinto dentro cui aveva ucciso il Minotauro. Se vogliamo quelli di Kirk e di Teseo sono dei trucchi, degli stratagemmi per uscir fuori da situazioni difficili. Pensata l'alternativa si trova anche il modo per realizzarla che, a questo punto, diventa la parte meno difficile del processo di problem solving. Il vero potere di un mago o di un attore sta nella sua mente, nella sua capacità di trovare rapidamente delle alternative. Nel teatro di prosa si ha anche diverso tempo per pensarci. Il drammaturgo che scrive il copione ha tutto il tempo che vuole, così come un giallista o un enigmista o uno sceneggiatore. Negli spettacoli d'improvvisazione teatrale non si ha niente a disposizione se non se stessi in una determinata situazione. Si usano solo quei pochi elementi di cui si dispone facendo leva sull'attribuzione di significati, caratteristica questa che gli attori hanno in comune soprattutto con gli illusionisti e i bambini: ecco una delle ragioni perché nell'improvvisazione teatrale è così necessaria la spontaneità. Grazie ad essa ci si libera dai pregiudizi e dagli stereotipi che altrimenti non ci fanno neanche vedere le possibilità che abbiamo di fronte.


Spesso va messa da parte persino la propria educazione. Keith Johnstone, uno dei padri dell'improvvisazione teatrale, è perentorio su questo: "creare qualcosa significa andare contro la propria educazione" (Impro, Dino Audino Editore, Roma, 2004, p. 71). L'educazione, infatti, spesso non è altro che il ripetere determinati comportamenti di fronte alle varie situazioni. Ma il ripetere una certa mossa è per lo più garanzia di insuccesso specie quando non si capisce ciò che si sta fronteggiando. Ad un comico può succedere, ad esempio, che le battute che hanno fatto ridere un pubblico non facciano ridere un altro pubblico. Nel caso è spacciato a meno ché non riveli delle buone doti di improvvisatore come Robin Williams che nelle sue stand up comedy mischia battute pronte e battute a braccio. Perciò Robin Williams riesce ogni volta a sorprendere il pubblico, come sa fare anche un buon prestigiatore, quand'anche presenti dei numeri classici di prestidigitazione. Perché il suo vero potere non è tanto nelle tecniche e nella destrezza ma nella sua mente, nel pensiero, nella sua capacità di costruire quelle alternative che un tipo di pensiero logico, verticale non sa e non può trovare. "I problemi in quanto costruzioni mentali, esistono solo rispetto alla mente di qualcuno" scrive Rampin (p. 95). E' quindi la nostra mente il terreno di caccia del problem solver, alla ricerca di quei meccanismi mentali, pregiudizi, bias e di ogni altra difficoltà che ci porta davanti all'autoinganno che è il problema. E ci si può riuscire se si fa un lavoro di tipo semantico, cioè nella produzione di significati alternativi.


Com'è possibile, quindi, generare questi cambiamenti? Al capitolo 1 Rampin dice: "conviene pensare non a come trasformare l'impossibile in possibile, ma a come trasformare il possibile in impossibile (ossia rendere impossibile agli altri la comprensione delle cose" (p. 40) che è poi ciò che fa il prestigiatore che deve lavorare sempre su due logiche: quella dello spettatore, che è la logica verticale, e quella propria, interna, dietro le quinte che fa diventare appunto il possibile (i movimenti, i gesti, gli accorgimenti, ecc.) impossibile.

giovedì 15 luglio 2010

Capire il Problem Telling in cinque mosse

I visitatori del sito web problemtelling.com, di questo blog e gli iscritti al gruppo su Facebook hanno iniziato a far conoscenza di questo fantomatico "problem telling" che come si può leggere dalla sua definizione si può definire come l'arte di trasformare i problemi in narrazioni, in storie e che promette quindi un approccio ludico e narrativo ai problemi. Oggi voglio illustrarne cinque diverse coppie di aspetti, delle antinomie che però nel nostro caso sono tutte apparenti e che servono come breve presentazione di questa che è un po' un'arte e un po' una disciplina nel novero del problem solving. La tecnica che ho utilizzato è quella inventata da Dan Roam e illustrata nel suo libro The back of the napkin. Solving problems and selling ideas with pictures (Marshall Cavendish). E' una potente tecnica per sviluppare l'immaginazione che l'autore chiama "S.Q.V.I .D" e che si basa su cinque antinomie: semplice-elaborato; qualità-quantità; visione-esecuzione; individuo-paragone; cambiamento-status quo. In essa si utilizzano dei disegni fatti a mano molto elementari sui quali vi chiedo di non giudicarmi da un punto di vista artistico ;-)

La prima illustrazione ci consente di andare alle basi del problem telling che alla lettera è soltanto un problema (o qualcosa di simile) da raccontare. Niente di più e niente di meno. Il problem telling ti aiuta a farlo nel miglior modo possibile.
Raccontare un problema implica quindi almeno due primordiali aspetti: il problema da raccontare e a chi raccontarlo, il contesto se vogliamo. Inizia da queste iniziali distinzioni un percorso le cui fasi generali vedremo nella prossima illustrazione.


Affrontare un problema significa molto spesso sviluppare nuove idee su di esso, nuove soluzioni, immaginare aspetti che non si sarebbe sospettato all'inizio di pensare con l'aiuto del pensiero laterale di Edward De Bono o il pensiero illusionistico che Matteo Rampin spiega nel suo libro Pensare come un mago (Ponte alle grazie). Forse occorre anche modificare le premesse e arrivare quindi a fare qualcosa di insolito, imprevisto laddove all'inizio sembravano non esserci speranze.
Abbiamo però bisogno di un buon diagramma di Gantt per pianificare le fasi del nostro lavoro che, ridotte all'osso, sono:
Ma dov'è che vogliamo arrivare? Vogliamo farti saltare l'ostacolo (il problema) che ti sta davanti. E non occorre essere Sergej Bubka per fare questo genere di salti. Con il Problem Telling scoprirai che l'ostacolo stà lì davanti a te proprio per stimolarti a saltare e se non ci fosse sarebbe peggio perché rimarresti pigro a non sviluppare niente di nuovo, non cammineresti nemmeno. Se il tuo problema non è un ostacolo che puoi superare ma qualcosa di davvero insormontabile allora non è un problema, ma qualcos'altro di cui il problem solving non si occupa. Ma prima di dire questo stai sicuro che avrai a disposizione ogni strumento, ogni atteggiamento e soprattutto ogni tecnica mentale per fare un salto da campioni, perché il problema è in realtà qualcosa che sta nelle nostre menti.

Lo so che se devi affrontare i tuoi problemi e soprattutto raccontarli ti vengono i sudori freddi, la tua bocca non riesce più a darti la saliva e ti senti soffocare. Sei una facile preda delle tue emozioni ed è bene che avvenga questo perché in realtà le emozioni ti sono amiche ed è grazie ad esse che noi apprendiamo. Ci avevi mai pensato? L'apprendimento significativo ci insegna proprio questo: le emozioni non negative sono importanti se vuoi apprendere. Perciò dovrai imparare a conoscerle e a usarle. Come dovrai imparare a distinguere i problemi dagli obbiettivi, che non sono la stessa cosa, o dalle condizioni o premesse, che molto spesso non possiamo modificare.


Ricorrere al Problem Telling significa fare del proprio problema una caccia al tesoro la cui avventura più persone possibili vogliono vivere. Non solo perché in ballo c'è un bel bottino da trovare ma anche perché si vive il problema come una storia in cui non si rimane comprimari ma si diventa protagonisti, un po' come se invece di rimanere in poltrona a scoprire pagina dopo pagina chi è l'assassino si entrasse nel giallo nelle vesti dell'investigatore. Problem Telling è allora sinonimo di avventura non solitaria, di condivisione di possibilità e di risorse. Siamo allora lontani anni luce dai venditori che ci chiamano a casa, che ci fermano per strada, che ci bombardano di pubblicità. Qui siamo invece sui territori di un marketing che si fa sociale, ben al di là del permission marketing di Seth Godin e ben al di là della condivione più o meno riuscita dei social network: qui si tratta di vivere un'avventura insieme, e che avventura visto che è la propria meravigliosa avventura!

Vuoi saperne di più? Eccoti alcune pssibilità:

mercoledì 18 novembre 2009

Il Problem Telling per la politica

Che differenza c'è tra l'agitare i problemi e il risolverli? In che modo la politica può essere davvero uno strumento per risolvere i problemi? Questo post cerca una risposta a queste due domande e vuole dare un'indicazione ai politici e a chi aspira ad essere eletto. Vuole dare un suggerimento soprattutto al prossimo candidato alla presidenza del consiglio: definisca bene i problemi e poi impari a trasformarli in narrazioni interessanti, in storie insomma.

Politici e ideologi sono maestri nell'agitare problemi generici e astratti, buoni per tutte le circostan­ze. E la ragione di ciò dipende dal fatto che agitare un problema serve a impedire una discussione. E colo­ro che utilizzano la politica per tornaconti personali e interesse di lobby si comportano in questo modo, violando peraltro le regole della democrazia. Questi usano i problemi in modo “politico”, in­teso nella sua accezione più degradata, politicante. Vengono usati in questo senso la disoccupazione, l'immigrazione, il testamento biologico, ecc. Sull'altro versante c'è invece l'uso della politica per risolvere i problemi. E in questa ottica il problema viene ben definito, inqua­drato e suddiviso in una serie di problemi minori. Il proble­ma della disoccupazione implica di determinarne gli ambiti alla sfera politica, la sfera economica, la sfera fiscale, la sfera della formazione. E ancora delimitare le fasce di età, la tipologia (attesa del primo lavoro o perdita del lavoro), la zona (nord, centro, sud), il settore (industria, terziario, nuove tecnologie), e così via. La politica ha bisogno dei metodi e dell'ottica del problem solving, se vuole dare risultati ed è intesa come servizio. Ed ha gran bisogno del Problem Telling, al quale peraltro è affine. Pensiamo ad un candidato alle elezioni che oltre a scagliarsi contro questo o quel punto che non condivide degli avversari, racconta il suo programma in due-tre punti chiave, che sono il risultato dell'ascol­to attento delle vere esigenze dei cittadini (problem setting). Facciamo finta che nel suo programma ci sia la creazione di risorse, strumenti e migliori condizioni per lo sviluppo del turismo. Ora, questo candidato avrà bisogno di rac­contare in modo chiaro e interessante i problemi che ne derivano, sviluppandoli con giochi di immaginazione. Se, per esempio, davvero il turismo riesce a svilupparsi, dove ospitiamo le tante persone che arrivano se le nostre strutture ricettive non sono sufficienti? Come facciamo ad assicurare loro che tutti i luoghi da visitare siano accessibili visto che spesso o sono chiusi o non c'è personale? Problem setting e problem telling non risolvono i problemi, li scoprono, li definiscono, li “vendono”. Il setting rende un problema risolvibile, il telling lo rende interessante.

Il problem telling sconfina nello storytelling, grande strumento di potere. La narratologia è da tempo usata per l'organizzazione e il mantenimento del consenso. E' ovvio che i potenti la usino in modo verticistico e in modo da influenzare gli elettori, laddove ci siano libere elezioni, o i sudditi, laddove ci siano monarchie o teocrazie. Ma lo storytelling come rete di storie, dal basso, è usato anche da coloro che al potere si contrappongono, ne fanno oggetto di satira come Dario Fo, Luttazzi, ecc. C'è una guerra tra le due forme oggi amplificata dal Real Time Web. Il Problem Telling adotta lo storytelling ma è più organico al problem solving, è la soglia tra problema e storia, una soglia mobile, senza soluzioni di continuità. Come tale si deve occupare della produzione di storie, ne deve individuare le risorse, le modalità, ecc. Perciò il politico se vuole parlare al cuore della gente non in modo retorico ed artificioso deve imparare a inquadrare i problemi secondo un'ottica di problem solving e poi deve riuscire a raccontarli per farne delle storie condivise.

Photo credit:adrianobonc. La prima parte del post è stata scritta in collaborazione con Umberto Santucci.

giovedì 12 novembre 2009

Le tre opzioni a L'Aquila

Oggi Umberto Santucci, consulente e formatore di problem solving strategico, è tornato ad insegnare in Accademia a L'Aquila per la prima volta dopo il terremoto. Umberto ha già dedicato un bell'articolo alla situazione dell'Abruzzo e in particolare del suo capoluogo, già a due settimane dall'accaduto, nell'articolo L'Aquila, le mani sulla città ferita. Se n'è anche tanto discusso dal punto di vista del problem solving nel gruppo Problem Telling su Facebook. All'indomani del terremoto avevo promesso che avrei seguito gli aggiornamenti della situazione per imparare la grande lezione che questo disastroso evento (per colpa degli uomini) sta fornendo a tutti coloro che hanno voglia di apprenderla. Perciò ho chiesto a Umberto di mandarmi le sue impressioni a caldo dalla città. Eccole qui di seguito.
Oggi ho fatto la prima lezione del corso all'Accademia dell'Immagine dell'Aquila. E' la prima volta che torno all'Aquila dopo il sisma. Ho fatto un giro nel corso principale, una delle pochissime vie accessibili. Oltre alla grande impressione della città deserta, mi hanno colpito piccoli particolari che si notano in situazioni apparentemente "normali": una crepa, un cartello a pennarello, un pilastro tutto imbracato. Anche nella foto della sede dell'INPS sembra tutto a posto, ma manca un pezzo di balcone e qua e là i blocchi di marmo sono disconnessi.
Ora si prospettano tre possibilità:
1. farne un grande rudere abbandonando tutto e trasferendosi altrove;
2. dare tutto in mano a cosche politico/camorristiche che demoliscano il più possibile per ricostruire ispirandosi a Castel Volturno;
3. ripristinare il più possibile le facciate per recuperare il volto della città, e ricostruire bene all'interno, con criteri innovativi.
L'ipotesi 3 è la più auspicabile, la 2 è la più probabile, anche se gli amici aquilani mi hanno detto che il prefetto si sta dando da fare nel contro
llo dei subappalti.

Fin qui la nota di Umberto. Se vogliamo sono le tre opzioni fondamentali per qualsiasi edificio nella città dell'aquila. E credo che tutta la serie di case che il governo sta costruendo ex novo vadano nell'ottica del primo punto perché comunque si tratta di edifici di nuova urbanizzazione. E' vero che costruire nuove case costa meno che ristrutturare le esistenti ma questo significa far dei centri abitati terremotati dei centri fantasma. Oppure delle grandi occasioni per le infiltrazioni mafiose per i cantieri della demolizione oltre che per quelli della costruzione. Ecco perché il terzo punto è il più auspicabile e il più conveniente, io credo. Il terremoto è stato un evento la cui possibilità non è stata presa in considerazione o trascurata pur essendo l'Abruzzo zona sismica e L'Aquila terreno che amplifica gli effetti dei terremoti. Abbiamo avuto una chiara dimostrazione che occorre prevenire gli eventi ponendoci dei problemi prima che accada l'inevitabile. Ora occorre prevenire un altro disastro socio-economico: il declino della città e della regione. Quali i problemi in campo? La parola ai commenti e a prossimi post in proposito.

martedì 3 novembre 2009

Lo zen e l'arte di narrare i problemi

Encho era un famoso cantastorie. I suoi racconti d'amore commuovevano chiunque li ascoltasse. Quando raccontava una storia di guerra, era come se gli ascoltatori si trovassero proprio sul campo di battaglia. Un giorno Encho incontrò Yamaoka Tesshu, un laico che aveva quasi raggiunto la totale padronanza dello Zen. «Ho sentito» disse Yamaoka «che tu sei il più bravo cantastorie del nostro paese e fai piangere e ridere la gente a tuo piacimento. Raccontami la mia storia preferita, quella del Bambino Pesca. Quando ero piccolo dormivo accanto a mia madre, e spesso lei mi raccontava quella favola. A metà del racconto mi addormentavo. Dimmela come me la diceva mia madre».

Encho non osò affrontare subito questa prova. Chiese un po' di tempo per studiare. Dopo parecchi mesi andò da Yamaoka e disse: «Ti prego, dammi la possibilità di raccontarti la favola».

«Un altro giorno» rispose Yamaoka.

Encho restò molto deluso. Continuò a studiare e provò di nuovo. Yamaoka lo rimandò indietro molte volte. Quando Encho cominciava a parlare, Yamaoka lo interrompeva dicendo: «Non sei ancora come mia madre».

Encho impiegò cinque anni per riuscire a raccontare la favola a Yamaoka come gliel'aveva raccontata sua madre.

(Photo credit: k.Akagami)

Questa storia zen è tratta da fiordacqua e ci introduce il Problem Telling, che è l'arte di trasformare i problemi in narrazioni interessanti. Molti quando hanno un problema corrono a raccontarlo ai familiari o al vicino o agli amici. Altri riempiono la propria bacheca in Facebook per farlo. Altri ancora vanno in televisione a parlarne. Perché, si dice, quando c'è un problema non bisogna tenerselo dentro ma esprimerlo. Le possibilità odierne di raccontare i problemi sono davvero tante e passiamo molto tempo a farlo: metà del nostro tempo all'incirca è dedicato alla discussione di questo o quel problema sul lavoro, a casa, con gli amici. Questi ultimi a volte sono contenti di partecipare alla discussione di uno o più problemi ma molte altre volte o sono scocciati o non hanno tempo di discuterli. Ma il raccontare i problemi (più che l'ascoltarli) o l'agitarli è una delle attività preminenti dei mass media così come degli utenti dell'internet.

Ma davvero la prima cosa da fare quando ci capità un problema è raccontarlo? La risposta è si e no. Si perché questo ci aiuta a definirlo il problema, che è il primo grande passo da fare. No perché la maggior parte delle volte non sappiamo raccontarli i problemi, non sappiamo nemmeno bene cosa siano, li confondiamo con le condizioni o con gli obbiettivi o con falsi problemi e altro ancora. Possiamo allora raccontare i problemi a patto di imparare a raccontarli. E i talk show non aiutano in questo, come nemmeno, purtroppo, tante discussioni. Encho, pur essendo un cantastorie, uno storyteller professionista ha bisogno di studio, di tempo e di prove prima di riuscire a raccontare una storia nel modo semplice così come raccontava storie la madre di Yamaoka. Si badi bene che storia e problema sono due termini intercambiabili: ogni storia è un problema e ogni problema è una storia. Pensiamo a Romeo e Giulietta: senza il problema dell'opposizione delle rispettive famiglie al matrimonio dove sarebbe la storia? Il problem telling è l'arte che viene in soccorso all'inizio del nostro problema per definirlo e presentarlo a se stessi e agli altri (e sdrammatizzarlo). Ma ci aiuta soprattutto alla fine, quando il nostro problema, a questo punto reso interessante, va "venduto" a tutti coloro che devono mettere i soldi in un progetto, coloro che devono portarlo a termine, quelli che devono prendere una decisione in proposito. E qui il problem telling dà il meglio di sé fornendo prassi e strumenti per fare del nostro problema qualcosa di verosimile, seducente, convincente. Pensiamo a quanto bello, magnifico, seducente dovesse apparire l'enorme cavallo di legno lasciato da Ulisse sulla spiaggia. E' con esso che i greci risolsero il problema dell'assedio di Troia una volta per tutte.

(immagine: La processione del cavallo di Troia in un dipinto di Tiepolo)