giovedì 27 settembre 2012

Quando la soluzione ingigantisce il problema invece di risolverlo

Che cosa succede quando anziché affrontare un problema si adotta una soluzione che ne avvalla le conseguenze? Che cosa succede quando la soluzione adottata finisce con il mantenere in vita il problema e ingigantirlo? 

Ce lo racconta il film Il giorno prima in cui per affrontare l'eventualità dello scoppio di ordigni nucleari si costruiscono dei rifugi antiatomici. Un gruppo di quindici persone è selezionato da una fondazione per fare un test sul comportamento degli esseri umani in una simile convivenza. Durante quest'ultima si accende il dibattito circa l'opportunità di costruire dei rifugi. Emerge la follia della costruzione dei rifugi che non fanno altro che avvallare il problema. Lo stesso esito dell'esperimento finisce con il confermare che la soluzione non può passare da qualcosa che non affronta il problema. Oltretutto questo sta altrove: nello stesso comportamento umano. Di fronte, infatti, ad una simulazione di attacco nucleare, all'insaputa dei quindici, questi finiscono con l'impugnare le armi per evitare che la folla di persone che bussa all'esterno del rifugio entri, anche se in realtà si tratta di attori ingaggiati per la simulazione. Perciò in piccolo le armi ritornano ancora: ciò che si voleva evitare si ripresenta.

E' ciò che accade quando un problema anziché definirlo si corre subito alla sua soluzione. Ciò che non affrontiamo all'inizio rischiamo di portarcelo sempre dietro. Occorre andare laddove il problema si presenta. Nel film il problema non è l'eventualità o meno che degli ordigni nucleari siano sganciati. Il problema è il ricorso alle armi  per dirimere le controversie. In modo significativo le persone dell'esperimento si dividono n due gruppi: uno favorevole all'ingresso degli estranei e l'altro contrario. Sempre diviso in due è stato il mondo durante gli anni della guerra fredda. La strategia della deterrenza, altrimenti nota come la teoria della distruzione mutua assicurata, in quei decenni si basava sulla paura che uno dei due contendenti sganciasse bombe nucleari sull'altro.

L'interrogativo in quegli anni era: come dirimere le questioni geopolitiche tra le due superpotenze? La soluzione adottata fu la minaccia delle armi nucleari. Il mondo fu preda di una cattiva soluzione ad un problema mal definito. Se definiamo problema lo scostamento tra un dato reale e lo standard ci accorgiamo in realtà di almeno due aspetti:

  1. le due superpotenze non erano minacciose e potenti come ci dimostra l'involuzione dell'U.R.S.S. dopo la caduta del muro di Berlino;
  2. c'era una terza forza in campo non trascurabile come quella dei paesi non allineati.
Con il venir meno dell'Unione Sovietica e con la crescita di altre potenze come Cina e India il quadro geopolitico è cambiato. Non è però cambiata la soluzione per affrontare le controversie: il ricorrente ricorso ad armi e guerre. Nonostante tanto pacifismo. 

La bomba atomica è una realtà si afferma ad un certo punto nel film. Quindi apparirebbe logico pensare a come salvare più persone dal suo scellerato ed eventuale uso. In questo modo si finisce con l'accettarla: è come accettare un problema e lasciarlo proliferare. Pensiamo se questo atteggiamento lo avessimo di fronte ai tumori che cosa succederebbe. E' un po' quello che si è fatto con le comunità di recupero dei tossicodipendenti. Anziché lavorare sulla prevenzione si lavora sulla cura dalle dipendenze. Questo in una certa misura è necessario una volta che il problema si manifesta e coinvolge tante persone. Ma non è sufficiente. Da solo rischia addirittura di alimentare il problema. La filosofia della cura ha spesso questo limite. Tutte le volte che non modifichiamo il nostro stile di vita e ci limitiamo a prendere qualche compressa, ad esempio, stiamo alimentando il problema anziché risolverlo.

Di fronte alle soluzioni ideate per un problema vale allora la pena farsi qualche domanda come queste:

  • le soluzioni proposte affrontano il problema o lo ingrandiscono?
  • Prima ancora di pensare alle soluzioni è stato realizzato il setting del problema?
  • Se il problema è insormontabile o non c'è nulla più da fare, non siamo di fronte ad un problema ma davanti ad una condizione. In questo caso: si sono analizzati i problemi che una condizione crea?
  • La ricerca del problema è stata eseguita dove davvero esso si manifesta o piuttosto è stato cercato solo dove è più comodo e facile cercarlo?
Nella vostra esperienza vi è mai capitato di far diventare un problema più grande con le soluzioni adottate invece di risolverlo? Raccontate la vostra storia nei commenti.


martedì 29 novembre 2011

Come avere successo con le proprie passioni

SUCCESS @ 6PAR4 LAVAL.
Quante volte ci capita di avere delle passioni però di non riuscire a cavarci niente. Quante volte ci capita di abbandonarle proprio. Oppure di avere delle idee creative che però ci appaiono subito come fallimentari e finiamo con il gettarle via? Spesso capita che ci sentiamo addirittura privi di immaginazione, di fantasia. Ci sentiamo buoni a fare solo lavori seriali, di ripetizione perché in quelle occasioni in cui abbiamo provato a cambiare lavoro con un'idea nuova ed originale questa non si è rivelata buona e quindi inaffidabile per costruirci una carriera su. Anche a me è successo in più di un'occasione e il mio lavoro di attore e di formatore è spesso costellata da questa dinamica sempre in bilico tra successi (inferiori a quelli che vorrei) e disperazioni (che ogni tanto si presentano). Perché accade questo? Spesso, infatti, non riusciamo a risolvere questo o quel problema perché le idee che ci vengono, per quanto brillanti ci sembrano inefficaci. Il non riuscire ad affrontare i problemi può essere un problema in effetti. Fermo restando che prima di tutto un problema va ben definito con l'aiuto del problem setting oggi voglio parlarvi di tre passi che possiamo fare per fare delle nostre passioni un successo. Una nostra passione è foriera di obiettivi  ma anche di problemi.Gli obiettivi sono però distinti dai problemi perché sono delle mete mentre i problemi sono gli ostacoli da superare per raggiungerle. Ecco tre grandi suggerimenti, con alcune mie considerazioni, che sintetizzo da un bel post, in inglese, di Scott Dinsmore.


  1. Separa la fase creativa da quella critica. Nella fase iniziale di un'idea basarsi solo sulla creatività, spegnere proprio ogni voce critica e contraria. Lavorare solo di immaginazione, di fantasia, di entusiasmo. La valutazione dei costi e dei benefici va fatta solo dopo un po' di giorni, una settimana o ancora di più. In questo modo riusciremo ad avere delle idee fuori dal comune che il nostro spirito critico può soffocare sul nascere. Le idee che poi resisteranno all'analisi realistica magari sono davvero robuste e buone. Nella fase di ideazione può aiutarci molto il pensiero laterale.
  2. Sii l'esperto che già sei. Noi siamo già esperti di qualcosa solo perché l'amiamo. E' un'affettazione spesso l'idea che per diventare esperti di qualcosa servano anni di training ed esperienza. Un vero esperto di qualcosa è colui che sa apprendere dall'esperienza, che ha capito come apprendere in modo significativo, non colui che si incaponisce su qualcosa per decenni senza venirne a capo.
  3. Fai l'impossibile. Quante volte succede che pensiamo che qualcosa sia impossibile e poi invece arriva qualcuno e la fa? Prima del 1954 si riteneva impossibile per gli esseri umani correre in meno di quattro minuti un miglio. Poi arrivò Roger Bannister e questo divenne possibile. Tanto che dopo di lui altri sedici atleti hanno fatto ancora meglio. Il segreto è di circondarsi di persone che vivono già delle nostre stesse passioni e che ci mostrano che qualcosa è possibile. Io, per esempio, non pensavo che fosse possibile realizzare un intero spettacolo teatrale senza testo, senza canovaccio persino, senza personaggi, senza regia. Eppure da quando ho conosciuto i Match d'improvvisazione teatrale so che è possibile e come me altri che hanno dato vita ad altri spettacoli d'improvvisazione teatrale.


In realtà non riusciamo a monetizzare le nostre passioni non perché ci manchino:


  • abilità;
  • credenziali;
  • esperienze.
Ma perché, invece, ci mancano:
  • creatività;
  • coraggio.
E tu, in che modo hai tentato di avere successo con le tue passioni?

mercoledì 9 novembre 2011

Il Problem Telling su Google+

Da oggi, 9 novembre 2011, trovi il Problem Telling in una pagina di Google+. Potrai così seguire i post, le discussioni, le segnalazioni di questo blog anche attraverso il social network di casa google. Se non lo hai ancora fatto ti consiglio di iscriverti e di iniziare pian piano a creare le tue cerchie. Dopo la pagina fan su Facebook e gli aggiornamenti su Scoop, ho deciso di creare questa nuova pagina per dare più possibilità di seguire quest'arte che ti aiuterà ad approfittare dei problemi, ad imparare a raccontarli per meglio risolverli, a trovare chi vorrà condividerli con te. Per quanto riguarda i contenuti a volte capiterà che un nuovo contributo sarà presente in ciascuna di queste pagine mentre altre volte si tratterà di contenuti diversificati e mirati. Quindi di conviene seguire il Problem Telling in tutte e tre le forme segnalate. Approfitta dunque delle notevoli possibilità che il web 2.0 ti mette a disposizione e partecipa anche tu esponendo i tuoi problemi, leggendo quelli degli altri, imparando a usare gli strumenti migliori per affrontarli. Buon lavoro.
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mercoledì 28 settembre 2011

Il Problem Telling fa Scoop

Schermata del nuovo topic su Scoop.it
Il Probel Telling fa Scoop.it. Da oggi, 28 settembre 2011, è infatti presente come nuovo topic di questa piattaforma a disposizione di esperti in diversi campi per la rapida condivisione di contenuti, link, video, ecc. Segnatevi l'indirizzo www.scoop.it/t/problem-telling perché vi troverete aggiornamenti quotidiani (o quasi) relativi al problem solving, allo storytelling, al pensiero laterale. Ricordo infatti a chi segue da meno tempo il blog che il Problem Telling è l'arte di affrontare i problemi trasformandoli in storie interessanti da condividere, partendo dalle basi del problem solving. Per farvi un'idea più precisa leggete la breve pagina dedicata a questa arte. Vi sollecito ad abbonarvi ai feed rss del topic e a diventarne sottoscrittori cliccando su "Follow", in modo da ricevere gli aggiornamenti via email. Se volete condividere qualcuno dei contenuti che vi troverete ci sono a vostra disposizione le opzioni di condivisione sui principali social network. Vi invito anche a sottoscrivere questi altri topic:


Dopo un po' di tempo che avete esplorato questi e altri topic invito ciascuno di voi ad aprire un suo topic. Questo video qui di seguito vi spiega come funziona. Buon Scoop a tutti.

venerdì 23 settembre 2011

Moby Dick e il problem solving

In questo periodo ho avuto la fortuna di leggere il Moby Dick di Herman Melville e di partecipare come assistente alla regia del Moby Dick di Francesco Niccolini diretto da Enzo Toma. Ho quindi maturato alcune riflessioni in chiave di problem solving che vi propongo. Buona lettura.


Per Achab, il capitano del veliero che dà la caccia a Moby Dick, la balena è un muro da superare. Un ostacolo grave, che lo schiaccia, ma che lui sa di poter affrontare, sebbene corra il pericolo di morire nel farlo. Moby Dick gli ha divorato la gamba in una battuta di caccia precedente. Non lo ha lasciato solo mutilato, ma è come se lo avesse rinchiuso in una prigione dalla quale vuole evadere, visto il suo grande desiderio di libertà. La follia del capitano non è tanto di cercare questo capodoglio in tutti i mari del mondo, ma nel coinvolgere nell'impresa tutto l'equipaggio del Pequod. Sa che c'è una soluzione che coincide con la morte del cetaceo per mano di un rampone che lui stesso forgia. Lo smaciullamento del suo arto lo pone in una nuova condizione di vita. I problemi che deve affrontare sono:

  • come fare a ritrovare Moby Dick?
  • come mettere insieme la nave, le attrezzature, l'equipaggio giusto?
  • come finanziare l'impresa?
E riesce nel suo intento perché risponde alle tre domande. A quel punto l'incontro con il leviatano non solo non è impossibile ma diventa a portata di mano. 

Una mente folle la sua, ma l'impostazione dei problemi è lucida e corretta. Straordinaria anche la sua perseveranza. Dimostra anche grandi doti da leader e abilità retorica nell'arringare i suoi. Da non sottovalutare il suo senso pratico quando promette un doblone d'oro a chi per primo scorgerà il mostro a cui dà la caccia per i mari del mondo. Infine non nasconde a nessuno il suo intento, l'uccisione della balena bianca, anzi lo racconta a tempo debito, come sa fare il buon problem teller, sebbene sappia ammantarlo sotto la generale impresa della caccia alle balene, almeno all'inizio.

La fine della sua caccia e catastrofica per sé e per i suoi uomini. L'intelligenza e la forza di Moby Dick hanno la meglio sulla pur diabolica determinazione del capitano di Nantucket.  Il confronto tra i due, nelle tre giornate di caccia, è impietoso. La lancia di Achab viene sfondata per due volte e in una di queste lui viene scaraventato in mare per molto tempo e la sua gamba di avorio viene distrutta tanto che il carpentiere ne deve realizzare una nuova. Eppure Achab non rinuncia a cercare di ramponare il capodoglio sino all'atto finale. 

Due ostinazioni si confrontano: quella di Moby Dick e quella di Achab. Tra i due il savio Starbuck che implora il capitano di far ritorno a casa. Nella sua fine, però, il capitano si sente solo interprete del fato, del destino. Fino a quel momento conduce da abile problem solver ogni difficoltà, ogni problema. In questo è maestro di lucidità e ostinazione. Attraverso questo personaggio, l'equipaggio e il capodoglio Melville ci racconta tutto il mondo della baleneria in un vero e proprio trattato romanzato. Non trascura niente. Compie un vero e proprio viaggio della conoscenza la cui più importante articolazione non è però davvero la caccia alle balene. E' nella conoscenza di se stessi e della propria morte che Melville viaggia veramente. In questo dà una magistrale lezione all'aspirante problem teller: conoscere se stessi e propri limiti nel saper maneggiare con estrema competenza il proprio campo di lavoro, di attività.

Su questo stesso argomento puoi leggere anche il post Il Transatlantico e Moby Dick.

domenica 26 settembre 2010

Dicci la tua sul problem solving

Risultati del piccolo sondaggio sul
problem solving.
Si è concluso il piccolo sondaggio lanciato da questo blog tra i suoi lettori sul problem solving. Qui a sinistra si può vedere la schermata che riproduce i risultati, ancora consultabili, nella colonna di destra del blog, dove i votanti hanno espresso i loro pareri scegliendo tra le varie opzioni. Come si può vedere l'opinione più ricorrente è che il problem solving voglia dire "risolvere i problemi". Quante volte troviamo, infatti, l'espressione "attitudine (o orientamento) al problem solving" negli annunci di lavoro? E' tra gli skill più richiesti dalle aziende. Ma
qual'è davvero la sua natura?


Vediamo innanzitutto che cosa non è il problem solving e in questo ci aiutano le altre voci del sondaggio. Quindi il problem solving non è:


  • una tecnica informatica sebbene il problem solving in informatica sia molto adoperato;
  • evitare i problemi, può sembrare ovvio però spesso confondiamo le due cose tutte le volte che ci ostiniamo a non affrontare un determinato problema;
  • un'attitudine innata, perché s'impara;
  • un solvente come l'acquaragia: semmai un diluente o un attrezzo come un cacciavite o una pinza è uno strumento per risolvere il problema, non la sua soluzione.
Alcuni lettori del blog hanno voluto dire la loro in maniera più estesa su formspring. Ecco in sintesi le risposte. Il problem solving è:
Tu cosa ne pensi? E' ancora possibile esprimere il proprio punto di vista attraverso i commenti a questo post. Dicci la tua.

giovedì 16 settembre 2010

Ridurre il problema a un gioco

Foto: I'm Daleth.
Un cittadino ateniese, al vedere
Esopo in una frotta di ragazzi
giocare a noci, si fermò di botto
e rise come se vedesse un folle.
Più maestro che vittima del riso
intese il vecchio, e piazzò sulla via
un arco con il nervo rallentato:
"Orsù , o sapiente, interpreta il mio gesto",
disse. Si fece gente. Quello pensa,
suda, ma non fa luce sull'enigma,
finché s'arrende. E il saggio vittorioso:
"L'arco si spezza se sta sempre teso,
se lo rallenti è pronto al tuo volere".
Così l'anima deve anche giocare
per essere più valida al pensiero.
Fedro, Favole.


L'anima deve essere flessibile come un arco. Perché se è sempre tesa si spezza. Per questo motivo deve poter giocare. Il cittadino ateniese ritiene folle Esopo che gioca con dei ragazzi. Così facendo però deride chi in realtà è più saggio di lui perché senza gioco non c'è flessibilità del pensiero. Non dobbiamo, allora, aver paura del gioco perché esso non è che una riduzione della complessità che ci rende più semplice la soluzione dei problemi. Quante volte invece abbiamo la pretesa che il nostro problema non possa esser ridotto in un quadro più semplice? E' un grande errore perché se non lo riduciamo a un gioco non avremo l'elasticità mentale necessaria per risolverlo. 

domenica 5 settembre 2010

La storia del soldato e della principessa

Auguriamo buona domenica a tutti con questo video, da Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, perché è un bell'esempio di problem telling inconsapevole, anche se amaro. Altri video li potete trovare nella video playlist.

Collegare è meglio che sapere

credit: Extra Medium
In questi giorni tanti studenti sono impegnati nei test di ammissione alle varie facoltà universitarie. Purtroppo è la prima tappa di una carriera che li porterà in molti casi alla distruzione della loro capacità di risolvere problemi. Al San Raffaele di Milano, però, stanno provando a invertire la tendenza. Ma vediamo, prima di tutto, di capirci qualcosa con una storiella.

A Chiara piacevano tutt'e due. E ad entrambi, Gian Maria e Antoine, piaceva Chiara. Lei, però, non sapeva decidersi. Una sera fissavano tutti e tre le stelle supini su una terrazza. "Darò un bacio a chi saprà riconoscere più costellazioni tra tutte queste stelle" esclamò Chiara. A Gian Maria non parve vero perché, da grande astrofilo quale era, avrebbe avuto partita vinta con troppa facilità. Perciò senza esitare cominciò a dire: "La vedi quella A allungata? E' la costellazione della principessa Andromeda. E' quel quadrilatero di stelle? E' Ercole. Quella grande W, invece, è Cassiopea..." e continuò così elencando tutte le costellazioni che scorgeva anche perché le conosceva tutte. Antoine stette ad ascoltarlo e per la prima volta anche lui ebbe modo di riconoscere costellazioni di cui aveva sentito parlare ma che non era in grado di individuare. Perciò per lui non c'erano speranze di ricevere il bacio di Chiara. Lei però si voltò verso di lui e gli chiese: "E tu, non mi indichi nessuna costellazione?". "Certo che sì" rispose Antoine. "Vedi quelle stelle che formano come un cavallo con il muso, la coda e le zampe e una figura sopra con una gonna? E' la costellazione della principessa Sissi. E quelle altre stelle che formano come una canna da pesca che hanno arpionato una forma che ricorda un cappello? E' il cappello di Franz. E quelle altre stelle a forma di bouquet, sono i fiori offerti a Sissi...". A Chiara cominciarono a brillare gli occhi quando Gian Maria li interruppe: "Ok, abbiamo capito che sei bravo ad inventarti le costellazioni. Ma il bacio spetta a me che ho riconosciuto più costellazioni di te Antoine". Ma non aveva ancora finito di parlare che Chiara aveva iniziato a baciare proprio Antoine. Poi si voltò verso Gian Maria e gli disse: "Ti sbagli, ha vinto lui perché ascoltandoti ha imparato le costellazioni che sai riconoscere tu, poi ne ha aggiunto altre che si è inventato collegando le stelle come meglio credeva".

Più sai meno conosci dice il Tao. Più nozioni si hanno, più è cristallizzata la nostra conoscenza. Più cose sappiamo e meno siamo in grado di risolvere un problema. Più sappiamo invece collegare i dati a disposizione in un modo insolito e fino ad allora sconosciuto più possibilità abbiamo di venire a capo di faccende che all'inizio sembrano incomprensibili. I test scolastici di questi giorni per le ammissioni alle varie facoltà a numero chiuso sono però purtroppo ispirati da una logica nozionistica. Non tutti per fortuna. Al San Raffaele di Milano hanno fatto una scelta diversa. Per accedere alla facoltà di Medicina e Chirurgia hanno privilegiato il problem solving. In che modo? Su 100 domande:

  • 50 riguardavano la logica;
  • 10 domande la soluzione di problemi in ambito biologico;
  • 10 in ambito matematico;
  • 10 in fisica;
  • 10 in chimica;
  • 10 la cultura generale.
Una bella e coraggiosa scelta che speriamo sia seguita da altri atenei al più presto. Ma si tratta di un primo passo perché il successivo e definitivo è l'abbandono dei test che in realtà non funzionano. "I test che richiedono esclusivamente di possedere delle capacità di memoria o di riconoscimento possono essere adatti per valutare l'apprendimento meccanico ma non possono verificare in che modo e fino a che punto le strutture concettuali sono state create o modificate dallo studente" scrive Joseph Novak in L'apprendimento significativo (Erickson). E queste capacità si possono sviluppare e verificare soltanto attraverso le mappe concettuali.

giovedì 26 agosto 2010

Vendi il problema

Ignacy Machlanski:
Problem, 1934
Oggi vi proponiamo un post di Seth Godin pubblicato ieri, 25 agosto 2010, nel suo blog. Riguarda il mondo del marketing, di cui Godin è uno degli esperti di maggior successo al mondo. Il suo post mette in evidenza con semplicità uno dei principali suggerimenti che da qualche tempo stiamo cercando di far passare: invece di impuntarci a vendere ciò che di meraviglioso e fantastico abbiamo da vendere, vendiamo il problema che non solo è una risorsa ma ci mette sullo stesso piano dei nostri potenziali acquirenti. Ecco cosa dice il papà del permission marketing, Seth Godin.




Nessuna impresa acquista una soluzione ad un problema che non ha.


Eppure molti operatori nel business to business passano subito a caratteristiche e vantaggi, senza prendersi il tempo per capire se la persona all'altro capo della conversazione / chiamata / lettera ritiene che anche essi abbiano un problema.


La mia amica Marcia (ci siamo informati a vicenda su vari progetti) ha un'idea molto cool per i grandi studi professionali. Come architetto, si rese conto che le imprese stavano perdendo tempo e denaro ed efficienza nel modo in cui utilizzano il loro spazio. Il Roomtag è la sua risposta.


La sfida è questa: se il vostro grande studio legale o impresa di contabilità non pensa di avere un problema di mappatura dello spazio di distribuzione dei materiali e di tracking del servizio, voi non sarete alla ricerca di una soluzione. Non vi sveglierete al mattino sognando come risolverlo, o andrete a letto chiedendovi quanto vi sta costando ignorarlo.


E così la sfida di marketing è vendere il problema.


(Interessante paradosso: un sacco di persone non sono disposte a abbracciare l’idea di avere un problema a meno ché non credano anche che ci sia una soluzione... quindi parte del vendere un problema è suggerire che c’è una soluzione che altri stanno usando, o che è giusto dietro l’angolo).


Immaginate, per esempio, di ottenere i dati e di pubblicare un elenco delle prime 50 imprese, classificate in base all'efficienza di uso dello spazio. All’improvviso, le imprese della metà inferiore della lista si rendono conto che sì, in realtà, hanno qualcosa su cui hanno il bisogno di lavorare. Se voi aveste saputo che la vostra impresa stava pagando il doppio per socio come la concorrenza, vi sareste resi conto che c’è un problema.


Quando una prospettiva arriva alla scrivania e dice, “abbiamo un problema”, allora siete entrambi sullo stesso lato della scrivania quando arriva il tempo di risolverlo. Al contrario, se qualcuno è davanti alla vostra scrivania, perché siete persistenti e affascinanti, l’unico problema che questi ha è, “come faccio ad uscire da qui”.




Leggi l'articolo tradotto dall'inglese.


p.s.: ci scusiamo per il link al sito sul roomtag che al momento in cui scriviamo non funziona ma riteniamo che il sito web sia in manutenzione. Riprovate in seguito.

martedì 24 agosto 2010

Mappe mentali con l'iPad

Immagine tratta dal blog ipader.it

Chi l'ha detto che l'iPad sia solo uno strumento di consultazione di pagine web, video e delle altre risorse del web? Sapevate che ci sono delle applicazioni che vi permettono di creare delle mappe mentali? Le mappe mentali sono una potente tecnica di rappresentazione grafica del pensiero che pensa, studia, organizza ecc. Sono molto utili anche nel problem solving per rappresentare un problema nelle sue componenti fondamentali. Per esempio potremmo realizzare una mappa del problema a partire dai suoi rami fondamentali: Chi; Che cosa; Quanto; Quando; Dove; Come; Perché. Presto mostreremo in questo blog come fare. Intanto potreste divertirvi con le applicazioni per l'iPad segnalate da ipader.it. Se avete l'iPad e le provate fateci sapere nei commenti come vi siete trovati. Se non avete l'iPad, come me, le mappe potete farle al computer o su un bel grande foglio da disegno, a mano come fa Roberta Buzzacchino. Se non avete capito bene cosa sono le mappe mentali e come utilizzarle nel problem solving pazientate qualche giorno e ne parleremo in questo blog.

giovedì 19 agosto 2010

Una prova di pensiero laterale nei bambini


Bella foto del post I bambini e il pensiero laterale che testimonia come a questo bimbo o bimba (non è chiaro ma non è importante) il pensiero laterale, di cui abbiamo parlato nell'ultimo post, venga da solo, in modo spontaneo. Quanti di noi avrebbero pensato che questo manufatto per parcheggiare le biciclette sarebbe potuto diventare un tubo da attraversare? Il pensiero laterale ci aiuta a trasformare gli oggetti, a giocare con essi dando loro nuove possibilità e  nuovi usi. E non è forse ciò che fanno di continuo i bambini? Perché non imitarli? Perché limitare il nostro pensiero e non dargli la possibilità di scoprire nuove direzioni?

lunedì 16 agosto 2010

Pensiero laterale, improvvisazione e problemi

Credit immagine: Peace (v i p e z
su Flickr)
"interviene in tutti i casi in cui può tornar utile impostare un problema secondo una formula nuova" 
scrive Edward De Bono in Pensiero laterale che continua dicendo, ad esempio che 
"la realizzazione delle idee nuove non provoca necessariamente un aumento di spese industriali, più spesso, anzi, consente di ridurle. Essa permette una maggiore efficienza produttiva, l'utilizzazione di materiali di scarto, una semplificazione dei progetti che rende la loro attuazione più facile e meno soggetta agli inconvenienti di  montaggio, una riduzione di costi a parità di prestazioni". 

Questo perché il pensiero laterale è alla costante ricerca di soluzioni nuove. E questo è bene che non lo facciano solo i ricercatori di professione ma tutti in azienda. Anche perché lo stesso De Bono riconosce come tutti siano in grado di acquisire una mentalità laterale che si acquisisce come quando s'impara a giocare a golf, a sciare, una lingua straniera e così via. E' una forma mentis a cui si giunge con l'esercizio. La soluzione nuova è lì spesso a portata di mano: basta solo mettere in nuova correlazione gli elementi del problema.  E quando la soluzione più semplice, efficace ed essenziale sarà raggiunta ci verrà da esclamare: "ma come ho fatto a non pensarci prima? Era così semplice!". 

Tutto questo ricorda alcuni giochi o esercizi di improvvisazione teatrale, quando soprattutto si producono nuove storie includendo oggetti, personaggi e situazioni le più disparate ed eterogenee tra loro. Il procedimento è molto simile a quando in un problema si inserisce qualche elemento estrapolato da altri contesti. Uno stratagemma, questo, a cui spesso sceneggiatori di film e serie tv ricorrono spesso. Questo nuovo elemento dà una luce nuova ed inaspettata a ciò che si stava esaminando prima. Senza di quell'elemento spesso brancoliamo nel buio perché ci concentriamo su ciò che per stanchezza o per assuefazione non ci dà frutto. Ma quando colleghiamo ciò che sembra così lontano ed eterogeneo al nostro problema spesso troviamo una soluzione molto brillante. La ragione di ciò risiede nel fatto che tra le cose, le situazioni, le persone sembra esserci una trama sottile e nascosta che però si rivela all'autore più attento. 

Chi produce o assiste a spettacoli d'improvvisazione teatrale può comprendere meglio questo. Perché dalla eterogeneità degli spunti nascono storie e scene che portano a quelle idee essenziali ed efficaci che De Bono raccomanda. Siamo quindi oltre i limiti di un'arte che sia solo grottesca o bizzarra, quale magari tanto surrealismo può aver prodotto. E' chiaro che ciò è possibile nella misura in cui si accetta di giocare con gli altri nelle situazioni che vengono a crearsi e se ne ascoltano tutte le potenzialità da condurre con pazienza e voglia di scoprire, esplorare.  D'altronde nel pensiero laterale il gioco è il metodo migliore per facilitare l'intervento del caso: "giocare solo per giocare significa compiere un esperimento sul caso". Peccato che in tanti non giochino, che si vergognino addirittura di giocare. E' davvero un peccato vedere che spesso ragazze e ragazzi di 15-16 anni abbiano difficoltà a giocare, fatta eccezione per le play station. Purtroppo una serie di condizionamenti a questa età blocca tutta quella spontaneità che essi avevano in precedenza. Per fortuna, però, "è possibile trasformare persone prive di immaginazione in persone immaginative in un solo attimo" scrive Keith Jonhnstone in Impro (Dino Audino Editore) e come ha ben dimostrato nel trasformare degli uomini d'affari per gioco in dei perfetti hippies. Perciò con l'improvvisazione teatrale si può andare oltre la manicheistica suddivisione tra ideatori ed esecutori che De Bono fa nel decimo ed ultimo capitolo del suo libro sul pensiero laterale. Tutti possono essere ideatori, questo lo possiamo dire con certezza. E' impossibile che ciò non avvenga visto la stupefacente rete neuronale del nostro cervello. Ciascuno di noi ha delle capacità associative infinite come dimostra il pensiero radiale, di cui il mind mapping è una delle più straordinarie applicazioni. Per Tony Buzan, il papà delle mappe mentali, il nostro cervello è una Macchina di Associazioni che si Ramificano. D'altronde è sufficiente realizzare un buon brain storming per accorgersene. Se si capisce questo allora di fronte a un problema si riescono ad escogitare una serie di alternative per risolverlo, dopo averlo inquadrato. Se le alternative non ci sono allora non siamo neanche di fronte a un problema. Si può trattare di una condizione (il surriscaldamento della terra, il traffico a Roma, una malattia ecc.) , ad esempio, o di qualcos'altro, ma non di un problema. Oppure si può trattare di un falso problema e il far luce su di esso con il pensiero laterale aiuta a smascherarlo. L'importante, comunque, è che almeno qualche a problema ci sia e venga individuato perché questo dà la spinta giusta a molte situazioni stagnanti. Se, ad esempio, avessimo la più forte e bella squadra di calcio al mondo un bel giorno essa andrà di sicuro di fronte a delle sonore sconfitte, peraltro salutari, perché tenderà a cullarsi e a non prendere in esame i problemi del suo gioco. Se invece questi vengono individuati, ben definiti e affrontati via via con le alternative migliori la nostra squadra rimarrà sempre la migliore. Questo a patto che non ci si affidi all'onnipotenza della logica che spesso porta a soluzioni sbagliate per problemi mal posti. Il pensiero laterale per la sua natura rivolta alle alternative sfugge a simili inconvenienti. Il metodo verticale infatti altri non è se non la logica. Mentre il pensiero laterale è quello che ci guida verso nuove interpretazioni della realtà e verso idee nuove.  

La consequenzialità propria del pensiero verticale è però il più grosso ostacolo nell'ideare nuove soluzioni. E' infatti noto che le scoperte più rivoluzionarie sono arrivate da procedimenti non impeccabili come la scoperta della penicillina, ad esempio, o quella dello ioduro d'argento per la fotografia da parte di Daguerre. Il pensiero verticale presenta degli svantaggi a partire dal fatto che una volta giunto a un risultato non sente più il bisogno di pervenire a una via migliore e più diretta. Il secondo svantaggio consiste nel fatto che il pensiero verticale corre a tutta velocità verso la direzione più ovvia quando magari sarebbe meglio farsi un giro intorno con il pensiero laterale. Il terzo svantaggio del pensiero verticale sta nelle sue rigide definizioni su cui invece i lateralisti sono pronti a poggiarsi solo per quel che occorre per proseguire il cammino. Con questo non si vuol dire che si deve abbandonare e disprezzare la logica. 
"La differenza tra il metodo laterale e quello verticale sta nel fatto che, nel secondo caso la logica guida il pensiero, mentre nel primo, lo serve" 
scrive De Bono. Il guaio è che questa è una guida rigida, dittatoriale, uniformante. Molto meglio mettere da parte la logica ed utilizzarla quando è il suo turno, quando  cioè non ci occorrono alternative ma un rigoroso ragionamento. Capita spesso, infatti, che ci troviamo di fronte a presunte impostazioni obbligate del problema. Questo avviene a causa della rigidità delle classificazioni. Come sfuggire ad esse? Rispondiamo alla domanda con un piccolo racconto citato da De Bono: 
"Si racconta che durante la guerra il pilota di un bombardiere durante un suo volo di rientro alla base cominciò a un certo momento ad avere difficoltà nel controllo dell'apparecchio. Venne riscontrata una perdita nell'impianto idraulico, ma non c'era acqua di scorta per colmarla. Ebbene, se l'equipaggio si salvò fu perché, alla fine, a qualcuno venne l'idea di immettere urina nell'impianto".

venerdì 13 agosto 2010

Il sondaggio del mese

Oggi, venerdì 13 agosto, su questo blog lanciamo "il sondaggio del mese". Ogni 13 del mese troverete, infatti, su questo blog un sondaggio intorno al mondo  del problem solving. Inauguriamo questa iniziativa proprio partendo da un sondaggio su cosa pensate il problem solving sia. Nella colonna di destra trovate, subito sotto i feed, il sondaggio con le risposte multiple. Il sondaggio lanciato oggi è quindi: "Il problem solving è":

  • risolvere i problemi;
  • definire i problemi;
  • una tecnica informatica;
  • evitare i problemi;
  • un'attitudine innata;
  • una tecnica psicologica;
  • un solvente.
Sotto le risposte trovate il link per vedere i risultati di cui parleremo alla scadenza del voto e cioè l'11 settembre con un post. Coloro che non si accontentano di queste risposte predisposte possono dire la loro rispondendo a questa domanda attraverso il form di formspring. Con questa iniziativa vogliamo aprire un dialogo con ogni lettore, sapere cosa pensa, dargli la possibilità di contribuire con idee e soluzioni al dibattito attorno ai temi del management dei problemi di ogni natura. E ora non aspettare oltre, partecipa al sondaggio :)

giovedì 12 agosto 2010

Risolvere problemi come il mago di Oz


Oggi Google rende omaggio a Il mago di Oz, nel settantunesimo anniversario, di questa trasposizione cinematografica del 1939 del romanzo Il meraviglioso mago di Oz del 1900. Il film narra le vicende di Dorothy e dei suoi tre compagni di viaggio (un leone, uno spaventapasseri, un boscaiolo di latta) per riuscire a tornare a casa dopo che la ragazzina è stata scaraventata da un ciclone in Oz dalla sua casa in Kansas dove vivi con gli zii e il cane Toto. Il pensiero corre subito a un romanzo analogo precedente: Alice nel paese delle meraviglie (1865) e alle sue principali trasposizioni per il cinema: quella del 1951 della Disney e quella del 2010 di Tim Burton. Quest'ultimo romanzo ha sempre causato grossi problemi di traduzione perché pieno zeppo di allusioni, figure retoriche e proverbi. A ben vedere Il meraviglioso mago di Oz non è solo un libro di narrativa per ragazzi,  come molti intendono. Ma è una allegoria della politica monetaria degli Stati Uniti alla fine del 1800. Leggiamo, infatti, su Wikipedia: "Tra il 1880 ed il 1896, vi fu in una massiccia quanto imprevista deflazione, che causò un crollo drastico dei prezzi nell'economia americana (23% ca.). Poiché la maggior parte dei contadini dell'ovest del paese erano indebitati con le banche dell'est, quando i prezzi diminuirono, il valore reale dei debiti aumentò e le banche si arricchirono considerevolmente a spese dei contadini".

L'allegoria è una metafora continuata. Questa figura retorica adotta infatti un'immagine centrale ed attorno ad essa imbastisce una serie di analogie. Una delle più note allegorie è quella che Dante Alighieri nella Divina Commedia quando ricorre ad un leone come allegoria di superbia e violenza, ad una lupa come allegoria di avarizia e cupidigia, alla lonza come allegoria di lussuria. Come tutte le figure retoriche deriva dal greco e nella sua etimologia, leggiamo nel Dizionario di Retorica e stilistica della Utet, da una parte vuol dire far sapere e dall'altra partecipare. Se vogliamo è quindi la figura principe di comunicazione e narrativa. Nel Medioevo se ne fece grande uso perché divenne la trama stessa dell'arte. Pensiamo alla enorme produzioni di allegorie e simboli lungo tutto il periodo medievale tra cui citiamo, per esempio, i leoni stilofori ora simbolo del Vangelo di Marco, ora simbolo della lotta all'eresia. Non è un caso che Dario Fo abbia rinvenuto tutta una serie di allegorie non solo nelle giullarate e nelle storie medievali del suo repertorio ma anche nella sua lezione d'arte sul Duomo di Modena. Come non è un caso che le allegorie siano molto frequenti nel Roman de la Rose e nella Divina Commedia.

Dopo il Medioevo l'allegoria fu abbandonata e soltanto opere  come I viaggi di Gulliver (J. Swift) e Il paradiso perduto (J. Milton) la ripresero prima dell'eclissi totale durante Illuminismo e Romanticismo. Il Novecento l'ha riportata in auge se pensiamo a La fattoria degli animali (G. Orwell) e all'Ulisse (J. Joyce) e al romanzo di cui stiamo parlando, scritto da Lyman Frank Baum.

Abbiamo già sottolineato l'intimo nesso tra storie e problem solving nel post Lo zen e l'arte di narrare i problemi. Qui ricordo soltanto che laddove c'è un problema è possibile narrare una storia perché la storia è appunto il racconto di come abbiamo superato il problema (come ha fatto Cappuccetto Rosso ad uscire dalla pancia del lupo?). E laddove c'è una storia o ci sono più storie abbiamo a che fare con dei problemi (pensiamo alle peripezie di Ulisse). Ebbene Il Mago di Oz ci racconta di quattro problemi principali:
  1. come farà Dorothy a tornare a casa?
  2. Come farà lo spaventapasseri ad avere un cervello?
  3. Come farà il boscaiolo di latta ad avere un cuore?
  4. Come farà il leone codardo ad avere il coraggio?
A quasi tutti questi quesiti dà una riposta il mago di Oz.  Per riuscirci adotta tecniche e strategie del pensiero illusionistico, di cui ci siamo occupati in questo blog. Infatti per lo spaventapasseri e per il boscaiolo ricorre a dei simulacri: una melma di crusca e spilli nella testa come cervello allo spaventapasseri e un cuore di seta cremisi riempito di sabbia come cuore del boscaiolo di latta. Mentre per il leone ricorre all'effetto placebo dandogli da dare una pozione. Come abbiamo già affermato a proposito del pensiero illusionistico un prestigiatore (un mago) non rende l'impossibile possibile perché l'impossibile è per sua natura impossibile appunto. Ma rende il possibile impossibile mascherando quel che fa, giocandoci intorno, facendo distrarre lo spettatore ma soprattutto tradendo la sua logica verticale e quindi provocando la sua meraviglia per fatti per lui inspiegabili. Tutto quello che fa si spiega, invece, alla perfezione perché si basa su elementi che fanno parte di questo mondo fisico eppure i suoi effetti ci sembrano impossibili. E' questo il segreto da imitare nel pensare alternative al nostro problema.

L'allegoria è dunque uno dei principali strumenti della retorica nel racconto del nostro problema, quel problem telling, che è la fase successiva della definizione del problema (il problem setting) nel processo di problem solving. E' nella natura dell'allegoria il portare a conoscenza qualcosa e nel far partecipare gli altri, nel far loro condividere un'idea, un progetto, un bisogno, un problema, ecc. E' questa l'economia stessa dei social network che sono tali nella misura in cui fanno rete attorno a un tema, un interesse, un obbiettivo ecc. Nodi di questa rete sono quelle persone che cercano delle risorse o le mettono a disposizione degli altri gratis o sotto compenso o sotto forma di scambi alla pari. L'allegoria può essere allora la chiave di lettura che ci dà una visione diversa della realtà che spesso ci sembra o nera o indefinibile, che ci dà delle alternative spesso imprevedibili di fronte a un problema, che ci fornisce una serie di idee spesso strabilianti. Inoltre ci permette di raccontare il nostro problema divertendo e non annoiando gli altri. Infine con essa riusciamo a raccontare in modo indiretto le nostre posizioni evitando quegli scontri, quell'acrimonia, quelle incomprensioni che si creano con il racconto diretto.

Come raccontate voi il vostro problema? Avete mai usato una figura retorica per farlo?


domenica 8 agosto 2010

Tre lezioni di problem solving di Machiavelli

Il Sole 24 ore di oggi, Domenica 8 agosto 2010, procede con la sua carrellata di personaggi del passato a cui guardare per risollevare le sorti del presente. Domenica scorsa, 1 agosto 2010, ci siamo occupati di uno di essi: il capitano Achab del romanzo Moby Dick di Melville.  Questa volta segnalo Lo scienziato prestato alla politica, l'articolo di Gabriele Pedullà dedicato a Niccolò Machiavelli. Questo perché nell'articolo a pagina 12 dell'edizione cartacea de Il Sole 24 ore, sono ricordate tre piccole lezioni che questo uomo rinascimentale ci ha lasciato nelle sue opere. Sono tre lezioni che riguardano il giusto atteggiamento nei confronti dei problemi. Quindi, in questo blog sul problem solving (che è l'intero processo di definizione, racconto e soluzione del problema), non potevamo evitare di segnalarle.

  1. La prima lezione è che "le crisi giungono improvvise soltanto perché  non sappiamo riconoscere gli infiniti segni che le preannunciano". Pedullà riferisce come Il principe sia pieno di riferimenti al fatto che gli uomini riconoscono i problemi solo quando è troppo tardi. Pensiamo, per intenderci,  alle previsioni degli analisti finanziari  che non hanno riconosciuti i segni della crisi del 2009. Ma mi viene da pensare anche a quando in Abruzzo, durante l'ultimo terremoto, non si sono tenute in debito conto le scosse precedenti a quelle poi fatali che hanno distrutto il capoluogo e altri centri. Su questo si può leggere un post all'indomani del terremoto che riporta alcune testimonianze. Oppure pensiamo allo Tsunami del 26 dicembre 2004? Alcuni pescatori si salvarono perché videro che il mare si era ritirato.
  2. La seconda lezione introduce quindi la prudenza politica (e non solo) che "consiste precisamente nella capacità di leggere in anticipo gli indizi". E' come avere delle antenne sempre rizzate e pronte a cogliere il minimo segnale oppure dei sensori pronti a cogliere il minimo cambiamento. La chiave per non farsi sorprendere, infatti, è tutta nelle informazioni. E' questa una delle ragioni per cui lo spionaggio è tenuto in grande considerazione da stati e multinazionali. Chi è interessato al rapporto tra problem telling e politica può leggere un post in proposito.
  3. La terza lezione ci dice che non serve temporeggiare di fronte a un problema  senza mai affrontarlo. Questo la dice lunga sull'inutilità di palliativi e di piccolo correttivi. Il problema va, invece, affrontato alla radice. Intendiamoci, qualche volta serve temporeggiare quando per esempio hai forze inferiori al nemico e quindi è meglio ricorrere alla guerriglia piuttosto che alla guerra aperta. E' quel che successe con il dittatore romano Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto "il temporeggiatore". Fu accusato di codardia e fu deposto ma i romani andarono incontro a quella che fu una delle loro principali disfatte: la battaglia di Canne.

lunedì 2 agosto 2010

Il paese e il gioco delle fiabe

Che cosa fanno i problem teller in vacanza? Vanno alla ricerca di storie e fiabe. Magari vanno a Rocchetta Nervina, in Val Nervia (Liguria) per il Festival delle Fiabe che vi si tiene dal 15 al 20 agosto. Leggiamo infatti su Teatro.org:
Per tre giorni, tutto il paese è coinvolto nella preparazione e nella rappresentazione di una fiaba classica: da Alice nel Paese delle Meraviglie, a Peter Pan, a, come quest’anno la Bella e la Bestia. Un appuntamento tra gioco e cultura che ha finora ottenuto un ottimo successo di pubblico e che fa del paese un polo di attrazione nell’entroterra del ponente ligure. La fiaba di quest’anno, adattamento realizzato da Maria Grazia Tirasso della celebre storia scritta da Madame de Beaumont racconta di un giovane principe che vive in uno splendido castello e che una notte gelida si rifiuta di offrire rifugio a una vecchia mendicante. La donna è in realtà una fata, che non esita a vendicarsi trasformandolo in un orrido essere dal corpo umano e dal volto di un animale.
La fiaba è uno dei migliori strumenti per il problem solver. Non tanto per il suo fine moralistico che, a differenza delle favole, è anzi piuttosto ridotto. Ma piuttosto grazie al suo impiego di avvenimenti e personaggi fantastici come streghe, orchi, giganti, fate, animali inesistenti nutre la mente di direzioni e possibilità altrimenti impensabili. E' come lo zucchero (semplice) che nutre il cervello. Si pensi a Il vestito dell'imperatore dove solo un bambino riesce a smascherare l'inganno dei vestiti inesistenti o al lupo di Cappuccetto rosso che s'industria così bene per divorare la nonna e la sua nipote. Nel momento stesso in cui un'avventura, un pensiero, una decisione o un qualunque elemento narrativo viene pensato facciamo un viaggio nel mondo del pensiero laterale da un lato e in quello fantastico e illusionistico dall'altro. In tal modo non ci allontaniamo dalla realtà, tutt'altro: ne ampliamo lo spettro e pensiamo l'impossibile. Il tutto con gioco, con diletto, con divertimento che moltiplicano le nostre capacità di apprendimento: non solo quelle dei bambini. Ecco perché chiudo questo post consigliandovi il giocafiabe: un sito web dove potete leggere tante fiabe, molte delle quali sono state inventate dagli utenti stessi. Che aspettate? Inventate voi stessi la vostra fiaba: vi divertirete ancora di più e non è così difficile.

domenica 1 agosto 2010

Il Transatlantico e Moby Dick

Vincenzino Sifullo si svegliò nel modo in cui non avrebbe mai voluto. L'odore salmastro, come di alghe e onda morta di mare, gli carezzò le narici e poi si fece penetrante. Riaprì gli occhi dall'assopimento che lo aveva preso, tra la notte e l'alba, dentro al gippone dei Carabinieri di guardia. Era, come al solito, all'angolo di piazza Montecitorio. E la barca era là, alta con i pennoni e le vele, un poco piegata su un fianco. Grondava di acqua e di alghe, e di piccoli pesci, che finivano sul selciato. Al centro della piazza del Parlamento italiano che lui e colleghi avrebbero dovuto sorvegliare.
A scendere dalla nave Pequod per essere ospitato nel Transatlatico, il parlamento italiano, è il mitico capitano Achab (nella foto in alto a sinistra interpreteato dall'attore Gregory Peck) del romanzo Moby Dick, a cui oggi l'edizione cartacea de Il Sole 24 ore ricorre nella sua galleria di personaggi del passato per risollevare le sorti del presente. L'idea è così presentata dalla redazione del quotidiano:
«Lezioni dalla storia: il personaggio che potrebbe aiutarci a ripartire» vedrà impegnate ogni giorno sulle pagine del quotidiano le firme più autorevoli del giornale che racconteranno un personaggio da loro scelto, del passato o del recente presente, che a loro parere in situazioni complesse è stato in grado di trovare la via d'uscita.
In questo caso con Achab abbiamo un personaggio biblico utilizzato nella letteratura da Herman Melville. Si tratta non solo di un ricorso alle lezioni della storia ma di un esempio di impiego dello storytelling per raccontare le vicende del presente, non in modo diretto ma in un modo indiretto, riflesso come Italo Calvino sapeva ben fare e che spiego nelle Lezioni Americane. Parlando della leggerezza scrisse infatti che il suo modo di fare letteratura era un po' come Perseo che per uccidere la Medusa non la guarda negli occhi perché altrimenti ne sarebbe rimasto pietrificato. Allora ne guarda l'immagine riflessa sullo scudo e solo così riesce ad infilzarla senza rimanerne ucciso. Solo che nel racconto di Davide Rondoni pubblicato su Il Sole 24 ore di oggi abbiamo una voluta confusione di livelli: il capitano Achab viene ospitato proprio in seno a quel parlamento che si vorrebbe cambiare. Il finale non ve lo rivelo, ma la metafora ben si presta al racconto di una realtà istituzionale altrimenti assai meno avvincente. Ed è una metafora che circola sin dai primi anni di affermazione del più grande partito di centro in Italia che ha dominato la scena politica per 50 anni: la democrazia cristiana chiamata appunto "balena bianca". Oggi quel cetaceo sulla scena politica è stato spazzato via da Tangentopoli ma sono in tanti a volerne il ritorno. Ma ci sono anche tanti Achab che la inseguono per una volontà di onnipotenza. E in tanti vogliono salire su quella nave: sacerdoti, personaggi misteriosi, ufficiali ecc. E' il regno dell'avventura.

Ho voluto segnalarvi quest'iniziativa de Il Sole 24 ore perché come abbiamo già detto è un bell'esempio di storytelling e perché cerca di raccontarci una serie di problemi in una forma dilettevole come quella della letteratura o del racconto della biografia di personaggi storici. Il Problem Telling, oggetto di questo blog, è in gran parte, infatti, un 'operazione di questo tipo. Tornerò sull'argomento con successivi post.